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Borgese (Terra Nostra): “Referendum, prova di gradimento”

Debora Borgese, referente nazionale Terra Nostra – Italiani con Giorgia Meloni, spiega perché sarebbe meglio votare no al referendum di ottobre proposto da Renzi per cambiare alcuni punti dellaCostituzione.

Disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario ovvero del bicameralismo perfetto.” Cosa comporta?

Allo stato attuale, le leggi ordinarie e costituzionali, come la fiducia al governo, devono essere approvate sia dalla Camera dei Deputati che dal Senato della Repubblica.
Con la riforma costituzionale invece, la Camera dei Deputati rimane l’unico organo eletto a suffragio universale dai cittadini e alla quale spetterà l’approvazione delle leggi ordinarie e di bilancio, nonché la fiducia di governo.
La nuova funzione del Senato si limiterà a essere di raccordo tra Stato, Regioni e Comuni: sebbene potrà esprimere pareri sui disegni di legge approvati alla Camera e proporre modifiche dall’approvazione, la Camera potrebbe anche non accogliere gli emendamenti.
Camera e Senato continueranno a partecipare all’elezione del Presidente della Repubblica, dei componenti del consiglio superiore della magistratura e dei giudici della corte costituzionale.

Perché dire NO a questo punto?

L’intenzione apparente, ma ripeto è solo apparente, è quella di snellire e semplificare i lavori d’aula, in realtà tali misure rendono l’iter più confusionario e creano conflitti di competenza tra Stato e regioni, ancorché tra la Camera e il nuovo Senato.

Per quanto riguarda la riduzione dei parlamentari, invece?

Come già detto, con la riforma costituzionale, il Senato diventa un organo rappresentativo delle autonomie regionali e sarà composto da 100 senatori rispetto agli attuali 315 non eletti direttamente dai cittadini ma scelti dai consigli regionali. Verranno nominati con metodo proporzionale 21 sindaci e 74 consiglieri regionali per un totale di 95 senatori ai quali si aggiungeranno cinque senatori nominati dal Presidente della Repubblica. Non saranno più nominati i senatori a vita, carica che resta valida solo per gli ex presidenti della repubblica. Giorgio Napolitano, Mario Monti, Carlo Azeglio Ciampi, Elena Cattaneo, Carlo Rubbia e Renzo Piano resteranno in carica senza essere sostituiti.
I senatori non saranno più pagati dal Senato, ma percepiranno esclusivamente l’indennità di amministratori.

Si riducono perciò i costi?

Rispondo con un’altra domanda: può la democrazia diretta, quindi la sovranità popolare, essere svenduta per rafforzare il potere del partito di maggioranza? Molto banalmente, per ottimizzare i costi dei parlamentari, sarebbe stato più intelligente ridurre il numero dei deputati alla Camera. Anche se, a mio modesto avviso, sarebbe ancora più opportuno ed efficace rivedere i rimborsi in diaria e calcolare le indennità parlamentari su criterio meritocratico e in base alla produttività dei parlamentari. Ma riconosco che probabilmente la mia soluzione pecca di estremismo nella lotta alla riduzione dei costi della politica italiana: i cittadini italiani hanno diritto a una classe politica migliore rispetto a quella attuale.
Un altro buon motivo per cui votare sfavorevolmente anche a questo quesito.

In merito alla soppressione del Consiglio nazionale per l’economia e il lavoro (CNEL)?

Un folle azzardo. Il CNEL è un organo ausiliario di supporto alle camere con funzione consultiva e legislativa in materia economica prevista dalla Costituzione. In altre parole, con i suoi 64 consiglieri, esprime pareri e promuove iniziative legislative che, seppur obbligatorie, non sono vincolanti. La sua soppressione si traduce in grave perdita per la democrazia economica perché, di fatto e come conseguenza, sarà il mercato a programmare la domanda di prodotti e servizi all’offerta in piena autonomia e senza vincoli statali. E non ce lo possiamo permettere.

La revisione del Titolo V della parte II della Costituzione cosa prevede e perché votare NO?

Anzitutto modifica le competenze legislative dello Stato e delle Regioni. Con la riforma, alcune materie come ambiente, gestione di porti e aeroporti, trasporti e navigazione, produzione e distribuzione dell’energia, politiche per l’occupazione, sicurezza sul lavoro, ordinamento delle professioni, tornano sotto la competenza esclusiva dello Stato togliendo controllo tanto ai comuni quanto alle regioni. Già durante il governo Amato erano state espresse forti perplessità perché l’introduzione di materie di competenza concorrente tra Stato e Regioni avrebbe creato confusione rispetto al loro ambito di azione, oltre a tracciare un assetto federalista già bocciati nel referendum costituzionale del 2006. Perché dovrebbero avere cambiato idea gli italiani da allora?

Diciamoci la verità: questo referendum ad altro non serve se non come ago della bilancia per misurare il peso politico del partito di maggioranza e di Matteo Renzi.
Detto questo, e aldilà dell’opposizione serrata al Governo Renzi, attenendomi perciò al contenuto del quesito referendario, io voto #NoGrazie!

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Redazione

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