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Palazzo e Cosa Nostra: giunta Bianco, un’amministrazione sfortunata

In principio è stata “ ‘A Zà Rosa”: il 12 ottobre del 2014 la famosa imprenditrice della ristorazione catanese a rilasciare un’intervista al giornalista Ignazio De Luca per “ienesicule”.

L’ occasione è la protesta dei commercianti per il cosiddetto “lungomare liberato”. Una giornata quella del 12 ottobre 2014 nel corso della quale viene anche picchiato un ciclista presumibilmente su mandato di uno dei gestori dei camion di panini della zona, contrari al provvedimento di chiusura: il sindaco di Catania rilascia dichiarazioni in merito, riconducendo l’episodio all’utilizzo di metodi mafiosi da parte degli aggressori.
Dall’anziana donna, invece, intervistata arrivano parole di elogio per il sindaco Enzo Bianco (“Azzarosa piBianco: Za Rosa vota 100 volte Bianco”).

Il servizio di “ienesicule” ricorda anche che il genero dell’imprenditrice è stato arrestato di recente in un’operazione antimafia. Apriti cielo! Bianco querela De Luca e il direttore della testata: dopo un anno abbondante arriva l’archiviazione. Dopo anche l’opposizione alla richiesta di archiviazione avanzata dalla Procura della Repubblica.
“…peraltro legata (“A Zà Rosa, ndr) –ricorda il Gup Marina Rizza nella sua ordinanza di archiviazione- da rapporti di parentela con un esponente di una nota famiglia mafiosa catanese, la quale affermava di avere votato, alle elezioni comunali, per il sindaco medesimo.” Il sindaco di Catania aveva sporto querela,  sentendosi diffamato dal servizio di “ienesicule” e chiedendo altresì il sequestro e comunque eseguita la cancellazione e/o l’oscuramento del video e dell’articolo dal sito ienesicule e da ogni altro sito in cui questi dovessero risultare presenti! Proprio così: l’oscuramento del video e dell’articolo!

Scrive ancora il giudice Rizza nell’ordinanza che “…Né può sostenersi che il fatto appena descritto sia privo di profili di pubblico interesse, presentando all’opposto rilievo per la collettività  dei cittadini l’informazione concernente il bacino elettorale di cui dispone l’uno piuttosto che l’altro esponente politico, specie in un contesto territoriale e socio-culturale tristemente caratterizzato da fenomeni di corruzione o comunque di condizionamento elettorale…”

Ad ottobre 2015, altro “scivolone” della giunta Bianco: Bianco, l’assessore alla bellezza condivisa Licandro e la compagna del sindaco Amanda Jane Succi finiscono immortalati con Domenico “Mimmo” Di Bella (personaggio molto noto della Catania notturna) durante l’inaugurazione della strada degli artisti. Di Bella, sarebbe, secondo il Procuratore facente funzioni di Catania Michelangelo Patanè “prestanome del boss Ieni nella gestione dell’Empire”, locale appena confiscato dalla magistratura. Reazione del Palazzo: “una foto sgradevole, ma siamo trasparenti”. Tutto a posto-dicono.

A gennaio 2016, scoppia la “grana” della relazione della Commissione Regionale Antimafia, guidata da Nello Musumeci: ci sarebbe l’ombra di Cosa Nostra sulle parentele di alcuni consiglieri comunali. Succede un mezzo putiferio.
Nello stesso mese, Bianco viene sentito dalla Commissione Nazionale Antimafia. Fra gli argomenti, quello del Pua, il progetto turistico della Playa. E’ saltata già fuori una telefonata, durante la campagna elettorale del 2013, fra Bianco e l’editore Mario Ciancio. Anche sul Pua ci sarebbero ombre. Bianco dichiara che al momento della telefonata non sapeva che il noto editore fosse indagato per concorso esterno in associazione mafiosa.

“Mi permetta di dubitare – afferma Fava in commissione – del fatto che lei non fosse a conoscenza che, al momento della telefonata, il dottor Mario Ciancio fosse indagato per concorso esterno in associazione mafiosa. La telefonata è del 18 Aprile 2013 e l’inchiesta di cui si sta parlando è stata aperta a rumor di stampa nel Novembre del 2010, ovvero 3 anni prima. Mario Ciancio, il più grande editore siciliano ed ex presidente della FIE, proprietario dell’80% degli strumenti di comunicazione della Sicilia viene iscritto nel registro degli indagati per concorso esterno”.  Bianco difende la sua posizione.

Ma già varie soggetti politici (Catania Bene Comune, M5S, comitato no Pua) hanno spiegato in merito alla telefonata: “…Bianco ci tiene a far sapere a Ciancio che ha mantenuto la promessa, che se il PUA è stato approvato è anche merito suo ed immediatamente va a riscuotere ricordando all’Editore che il giorno dopo aprirà la campagna elettorale. Ciancio lo rassicura e gli dice che ha già fatto predisporre il servizio sulla sua emittente. Mi sembra tutto chiaro e senza giustificazioni… Se poi questa telefonata avrà risvolti penali sarà la Magistratura a deciderlo, ma ai cittadini basta sapere che Bianco ha favorito gli interessi di Ciancio ed i suoi, invece che quelli della città, per pretenderne le dimissioni…”. Tutto a posto, anche allora. Dicono.

Eppure il 30 gennaio 2016, i soliti “pazzi” della “Catania dei non indifferenti” (assente in larga parte la società civile), con un po’ di studenti, organizzano addirittura una manifestazione animata dallo slogan “fuori la mafia dal comune”. I benpensanti fanno una “ analisi” delle loro: sono pochi i manifestanti. Ma il problema mafioso? Che ci sia qualcosa da spiegare, forse?
Si arriva ai nostri giorni: ad inizio luglio viene arrestato il figlio de “’A Zà Rosa” (quella del “comizio elettorale” pro Bianco), la Procura lo descrive come “la banca di Andrea Nizza”. Chi? Propri lui, uno dei “giovani leoni” della droga sotto l’Etna. Un dettaglio.

E poi, gran finale: l’appalto per la gestione dei solarium e delle spiagge comunali: le ombre mafiose ritornano. E stavolta, è l’assessore alla legalità –e avvocato penalista- Rosario D’Agata che finisce al centro di un caso che appare piuttosto grave. Insomma, la giunta Bianco è davvero sfortunata: talora dove “passa” l’amministrazione Bianco la mafia sembra fare capolino, qua e là. Comunque, nessuno finisce indagato, addirittura anche a Catania qualcuno alza la voce (Matteo Iannitti e Catania Bene Comune, Fratelli D’Italia con Manlio Messina, qualche associazione, ma non la società civile –a partire da Cittàinsieme- che resta pressocchè silente).
Servirà una visita a Lourdes oppure magari solo che la Procura della Repubblica di Catania finalmente si “svegli”?

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Marco Benanti

45 anni, ex operaio scaricatore alla base di Sigonella, licenziato in quanto “sgradito” al governo americano per “pensieri non regolari”, ex presunto “biondino” dell’agenzia Ansa, ex giocatore di pallanuoto, ex 87 chili. Soggetto sgradevole, anarchico, ne parlano male in tanti, a cominciare da chi lo ha messo al mondo: un segno che la sua strada è giusta. Ha, fra l’altro, messo la sua firma come direttore di tante testate, spesso solo per contestare una legge fascista di uno Stato postfascista che impone di fatto un censore ad un giornale (e in molti hanno, invece, pensato che lo ha fatto per “mettersi in mostra”). E’ da sempre pubblicista, mai riconosciuta alcuna pratica per professionista, nemmeno quelle vere. Pensa di morire presto, ma di lui – ne è certo- non fregherà niente a nessuno. Nemmeno a lui.

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