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Morto un Provenzano, se ne fa un altro

Bernardo Provenzano. Binnu per gli amici, “U ziu” per i sottoposti, il criminale italiano più evanescente di sempre per chi vi scrive.

Corleonese di nascita e di indole, classe 1933, quarantatré anni di latitanza, hobby adolescenziale dell’abigeato, terzo di sette figli, allontanato per indisciplina in seconda elementare da un maestro evidentemente poco lungimirante, una mira infallibile, una comitiva di amici poco raccomandabili, ufficialmente bracciante agricolo, dal 1970 una camiciaia di Cinisi come moglie devota ed innamorata, due figli istruiti ed incensurati (di cui uno docente universitario in Germania), una collezione di ergastoli, una smodata passione per cicoria, ricotta ed abiti di alto livello, Bibbia accuratamente sottolineata e Divina Commedia per anni riposte sul comodino, un ormai riconosciuto copyright per l’invenzione dei pizzini sgrammaticati ed un curioso vezzo musicale legato a Nino Rota e Julio Iglesias.

Per alcuni il “trattore“, per altri il “ragioniere“, per Luciano Liggio uno che spara da Dio ma ha un cervello di gallina“, per Bernardo Brusca “uno che ha più facce di un cacio cavallo tondo“, per Giovanni Bruscaeterno indeciso” e per i carabinieri un “elemento scaltro, coraggioso e vendicativo che si sposta con due pistole alla cintola” (rapporto comando carabinieri di Corleone n. 392/4 del 1963).

Ma chi era davvero lo “Zio Binnu“?
Difficile farne un identikit preciso e puntuale. Ancor più arduo dar contezza riguardo le reali responsabilità che un assassino semianalfabeta del genere avrebbe dietro la complessa e funzionale strategia della tensione esplosa tra Capaci (PA), Via D’Amelio a Palermo, Via dei Gergofili a Firenze e Via Palestro a Milano.
Certamente un sadico ed impulsivo killer prima ed un cauto, elegante e riflessivo capomafia poi.

Ad appena 25 anni, il 6 settembre 1958 a Corleone, durante la processione della Madonna della Catena, è tra i killer che sparano all’impazzata tra la gente per uccidere tre rivali (ferendo donne e bambini) appartenenti al clan del suo precedente dominus, sindaco democristiano di Corleone, dott. Michele Navarra (nominato Cavaliere dal presidente Gronchi). Ferito alla testa e trovato riverso sull’asfalto dai carabinieri, viene accusato da dei testimoni che in seguito ritratteranno, regalando al giovane rampollo di Luciano Liggio l’assoluzione in Corte d’Assise, nel ’69, da contumace.

Vince la sua prima guerra sterminando, insieme ai suoi compari Liggio, Riina e Bagarella, ogni superstite dei Navarra.  Sopravvive vittorioso ad altre mattanze di mafia. Il fato (a voler essere ingenui) e qualche collaborativa soffiata (a voler essere realisti) lo salvano da innumerevoli attentati orditi da clan rivali ma soprattutto dai tanti blitz organizzati delle forze dell’ordine. Ancora scotta quel mancato blitz il 31 ottobre 1995, nelle campagne di Mezzojuso, uno dei tanti per la veritàquando l’infiltrato dei carabinieri ed ex uomo d’onore Luigi Ilardo mangia e conversa con il boss per ore, immaginando invano un casolare circondato ed un “Provenzano la dichiaro in arresto“. Nulla di tutto ciò, oltre ad Ilardo ,ammazzato dopo qualche anno a Catania, sono quattro a sapere dove si trova il boss dei boss quel giorno: ,il tenente colonnello Michele Riccio, il colonnello Mario Mori, il maggiore Mauro Obinu e Sergio De Caprio, il capitano Ultimo (tutti carabinieri dei ROS).

Mandante ed esecutore di innumerevoli omicidi, é stato protagonista in tre guerre di mafia, partecipando direttamente a celebri massacri come quello di Viale Lazio a Palermo (cinque morti e due feriti). Strage dove, travestito da finanziere (con i gradi di capitano per sottolineare la leadership) ed insieme ad un commando mafioso ben selezionato, spara per primo e finisce per ultimo, fracassando il cranio dell’ultimo sopravvissuto (il boss Michele Cavataio, autore di un complotto ai danni di tutte le più potenti famiglie mafiose palermitane) a colpi di calcio di pistola. Dai li “u tratturi”.

Latitante ovunque, da Catania alla Germania passando per Marsiglia, dove sotto il falso nome di Gaspare Troía, si fa curare la prostata a spese del servizio sanitario nazionale italiano.
Inutile chiedersi come un soggetto del genere abbia agito indisturbato per decenni, passeggiando per negozi e cinema. Ridendo di gusto, secondo quanto dichiarato da alcuni pentiti, persino ad una delle prime proiezioni palermitane de Il Padrino di Francis Ford Coppola.

Inutile domandarsi come lo stesso venga arrestato, tra volanti strombazzati ed esultanti agenti incappucciati, proprio nel controllatissimo paese di Corleone, proprio martedì 11 aprile 2006, mentre l’Italia aspetta il risultato delle freschissime elezioni politiche.
Inutile insospettirsi riguardo gli evidenti lividi che il figlio Angelo ha più volte riscontrato durante i colloqui con il sempre più acciaccato padre in carcere.
Inutile, infine, ricordare le condizioni disastrose di un detenuto ultraottantenne in regime di 41-bis: decadimento cognitivo, problemi dei movimenti involontari, ipertensione arteriosa, infezione cronica del fegato, oltre alle conseguenze degli interventi subiti per lo svuotamento di un ematoma da trauma cranico, per l’asportazione della tiroide e per il tumore alla prostata.

Tutti acciacchi causati non solo dall’età ma anche a seguito di una sospetta caduta in cella.
Meglio dar colpa al fato curioso e perverso.
Meglio non dar retta a tesi complottiste che lo vorrebbero per decenni pupo di esperti pupari e poi detenuto pronto a vuotare uno scomodo sacco.
Meglio credere sia stata solo la storia di un furbo e fortunato criminale. Perchè cercare il coinvolgimento di SISMI e SISDE?
Si rischierebbe inevitabilmente di attraversare rabbiosamente lo stretto di Messina, nuotando fino a Roma per chiedere conto e ragione a qualcuno in giacca e cravatta, uscito miracolosamente illeso dai maxiprocessi ed ancora sorridente tra palazzi e riflettori.

Il dato scientifico più importante per studiare proficuamente il soggetto criminale é però la gestione del potere, la raffinata fusione di due celebri detti popolari siciliani: “Cumannari é megghiu ca futtiri” e “Calati juncu quannu passa la china”. Provenzano avrebbe imposto una pax mafiosa a tutta Cosa Nostra, comandando ma non facendo l’errore di chi lo ha preceduto.

Provenzano ha reinventato Cosa Nostra, non solo facendole riconquistare quella sommersione perduta dopo lo “scrusciu” del pentitismo ed il “burdellu” delle bombe di Riina ma infiltrando la stessa organizzazione in insospettabili movimenti antimafia, in eleganti salotti culturali ed altolocate cricche imprenditoriali, mantenendo se non rafforzando i sempreverdi rapporti con la politica e la massoneria.

Ha evitato, già dalla reggenza Riina, di dare il proprio espresso avallo a stragi ed omicidi a suo dire inutili. Da Capaci all’omicidio di Giovanni Bontade, fratello del boss perdente Stefano. Ha inoltre inventato, a dire del pentito Siino, una sorta di welfare criminale, costringendo le famiglie mafiose ricche a versare una sorta di tassa in favore dei clan meno abbienti.
Ha sempre cercato di essere invisibile alla pubblica discussione, di evitare spargimenti di sangue in nome del business.
É rimasto illeso o quasi dall’accusa di narcotraffico nonostante la logica (ed alcune intercettazioni misteriosamente perdute) imponga che lo stesso Provenzano sia stato alto dirigente di Cosa Nostra proprio durante il monopolio siciliano degli stupefacenti in Europa.

Quello che non esiste nei media non esiste nemmeno nella realtà e Provenzano lo ha sempre saputo. Per anni non ha fatto nulla per smentire la voce che lo voleva morto e grazie alla quale aveva guadagnato l’uscita dall’elenco dei criminali più ricercati d’Italia.

Ora Cosa Nostra, facendo tesoro degli errori del passato, sembra avere il volto del defunto Provenzano. Silenziosa e affarista, calcolatrice ed incline all’accordo.
Paga la perdita del primato nel narcotraffico, nel commercio di armi e negli affari del nord Italia. Oggi in mano alle ndrine calabresi.

La nuova primula rossa é ora Matteo Messina Denaro, prima stragista al fianco di Riina, oggi devoto discepolo degli insegnamenti di Provenzano. Un’altra introvabile entità da arrestare al momento più opportuno, l’ennesimo scappato più volte per un soffio, anche lui quasi certamente nascosto non lontano da casa propria, anche lui volgare, sanguinario, troglodita e mitizzato pupo in mano ad un puparo democraticamente eletto che “ama le armi ma non le usa/nella fondina tiene le carte visa/e quando uccide non chiede scusa“.

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Biagio Finocchiaro

Mafia, libri, vacanze, satira, costume, interviste, viaggi, politica internazionale e forse qualcosa in più. Potete pure evitare di leggerlo. Nulla di eccezionale. Credetemi. Tanto scrive quando vuole, di ciò che vuole e soprattuto se vuole. Al massimo un pizzico di acido sarcasmo e qualche discreta invettiva, molto buon disordine, svogliatezza, prolissità patologica, ingenuità congenita. Nulla più di un calabrone che, nella disperata voglia di fuggire via, si schianta e si rischianta contro il vetro di una finestra.

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