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Barbara Nati, l’artista degli scenari possibili

Le sue creazioni sono scenari incantati in cui si mixano reale e irreale. Barbara Nati, giovane artista romana residente in Inghilterra, è reduce dal MIA Fair di Milano, la fiera internazionale d’arte contemporanea dedicata alla fotografia e all’immagine in movimento.

Come nascono le tue opere? Quali sono le tue principali fonti di ispirazione?

«Non esiste una regola che valga per tutte. Ogni progetto nasce in un momento e da una fonte d’ispirazione diversa. Spesso convergono stimoli di origine eterogenea (una scritta su un muro e un’opera vista in un museo/un libro di Donatella Caprioglio e l’immagine di un condominio demolito) che per mesi riaffiorano come se fosse una coincidenza astrale a tradurli in un pensiero unico».

 

Ci racconti del Progetto Pompei?

«Il progetto Pompei nasce da un’idea del gallerista Andrea Ingenito. Da napoletano ha un legame particolare con la zona archeologica in questione. Ogni artista aveva carta fotografica bianca e poteva dare la propria personale interpretazione del soggetto.

La mia Pompei è stata frutto di una reinterpretazione abbastanza fantasiosa, creo sempre degli scenari possibili ma non reali. Da un po’ di tempo ero infestata da due frasi che avevo letto poco tempo prima: la prima è su un arazzo che recita “anche io come un bambino di sera riposo nel cuore degli antenati”, la seconda fa parte di un testo di Bob Marley, scritta sulla parete di un ristorante in Inghilterra, e diceva “don’t forget your history, nor your destiny”.

Partendo da questi pensieri ho lavorato sul concetto di memoria di chi ci ha preceduto, su come sia impossibile cambiare di troppo la rotta del nostro percorso. E che per quanto ci si sforzi le impronte dei nostri antenati sono una scia indispensabile, da seguire per poi andare oltre.

Come diceva Bernardo di Chartres “siamo nani sulle spalle di giganti”, e questo progetto rileva il debito del moderno verso l’antico. Perciò le civiltà poggiano sul solco delle precedenti in un gioco di stratificazione millenaria evidente più che mai nel nostro Paese».

 

Un’artista italiana che vive a Londra. Che differenza c’è nel modo di vivere l’arte nella capitale inglese rispetto all’Italia?

«Londra non ha tempo, è una prostituta a ore e devi trovare il modo di prosciugare ogni accenno di opportunità che ti accorda. Per di più il corso di studi effettuato conta molto di più del lavoro stesso, quindi se non hai frequentato una buona scuola d’arte londinese puoi lasciar perdere o intestardirti e provare la strada alternativa. Io ho optato per questa seconda possibilità…non mi piace vincere facile. Non c’è dubbio sul fatto che sia meglio affermarsi in un panorama britannico che non in quello italiano. Ma a che prezzo?»

 

Dalla pubblicità all’arte. Come è avvenuto il passaggio?

«Il passaggio è stato molto fluido. Ho iniziato con le sperimentazioni fotografiche analogiche e con la pittura a olio, poi ho concentrato le mie energie nella creatività pubblicitaria per passione. In fin dei conti la mia definizione di creatività è sempre stata il binomio comunicazione-innovazione che deve applicarsi ad entrambi i campi perché la produzione sia redditizia. Ho lasciato il campo pubblicitario per dare più spazio agli argomenti che mi premeva affrontare. Ma non rinnego la mia esperienza, senza la quale non sarei giunta alla sensibilità estetica attuale».

 

L’architettura e l’ambiente costituiscono dei temi fondamentali nella tua ricerca. Si tratta di una riflessione sui possibili scenari futuri del nostro pianeta?

«Spero di no ma credo di sì. Le premesse purtroppo non mancano. Abbiamo perso il contatto con la nostra essenza animale. Abbiamo creato artificialmente l’odore di pulito da dare al bucato, i bambini preferiscono fare il bagno in piscina invece che nel mare perché nel mare ci sono i pesci veri. La buona notizia è che non sono l’unica ad essermi resa conto di queste contraddizioni. Il futuro presagito da Ballard e Philip K. Dick ora è il presente e non possiamo più tergiversare».

 

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Redazione

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