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L’indignazione è … cosa nostra

Un manifesto 6×3, un bambino con la coppola e l’espressione un po così e la dicitura “questa meravigliosa creatura è…cosa nostra” con tanto di rafforzativi puntini di sospensione.
Ecco servita l’indignazione per un battesimo sponsorizzato tramite uno squisito richiamo alla tanto amata criminalità organizzata siciliana e condito da cantautori, tronisti e cubiste over 60.
No. Non si inaugura la stagione autunnale della discoteca più cool di Catania ne si sponsorizza l’esibizione canora di un qualche neomelodico appena evaso in onore di qualche “bravo ragazzo” ingiustamente perseguitato dalla giustizia infame.

Qualcuno ricordi ai benpensanti che la sobrietà è soggettiva e la libertà individuale è sacrosanta.
Non ci saranno funerali (per carità! Parliamo di un dolcissimo bambino!) con musiche del padrino e Casamonica distrutti dal dolore sotto una pioggia di soldi gettati da un elicottero, non ci saranno murales con frasi tendenti allo Jim Morrison per spacciatori abbattuti in piena scalata imprenditoriale e non ci saranno prediciottesimi con lupare, sguardi truci ed agguati magistralmente recitati da proiettare appena dopo il taglio della torta.

Dove sta il problema? Perché riesumare il MinCulPop delle festicciole? Perchè invocare la CT SSSR (televisione pubblica URSS) per innocente manifesto? Cosa c’entra la presunta appartenenza al clan dei Laudani del padre di Antonio Felice? Quisquilie, bazzecole,  malelingue.
Ci si scandalizza insomma per un manifesto avente ad oggetto solo un paffutello lattante, uno spassoso gioco di parole “famiglia” battesimo” “cosa nostra” e tanti vip invitati ad omaggiare il sacro passo del futuro adepto della Chiesa Cattolica.

Si disprezza un involontario – ma forse più efficace di un film di Scorsese – mezzo per accendere i riflettori sulla nostra magnifica terra, tanto bisognosa di turisti, antropologi in erba e padani della vecchia guardia.
Una festa all’insegna dell’allegria e del divertimento dopo una solenne cerimonia religiosa – non ci potrà essere ne il Papa ad augurare la pace e la tranquillità e la serenità dello spirito e della coscienza ne Rosa Balistreri a cantare “mafia e parrini” , basterà un umile e semplice sacerdote – ed un rinfresco che il piccolo Antonio rivedrà in dvd, una volta diventato picciotto, grande, adulto insomma. Certamente un bravo ragazzo.
Cosaccia, cosa bella, cosa tinta, cosa mia, cosa costra. Un affettuoso modo per sottolineare l’appartenenza sanguigna del futuro rampollo e non un tono secco alla Joe Valachi davanti alla Commissione McClellan.

E se qualcuno osa seminare illazioni, beh, basta ricordare l’intervista di Enzo Biagi a Luciano Liggio, il celebre boss corleonese, padre artistico di Riina. Liggio, ad una domanda generica di Biagi sul fenomeno mafioso, spense l’ardore del giornalista bolognese con un meravigliosa citazione del letterato siciliano Pitrè : “Signor Biagi, rifacendomi al Pitrè […] mafia doveva essere una parola di bellezza, non solo fisica ma anche di spiritualità. Nel senso che se vedo una bella donna penso cchi mafiusa dda fimmina, un bel cavallo? cchi mafiusu ddu cavaddu! Un bel cappotto? Cchi mafiusu ddu cappotto! Se è così, io non mi offendo se mi chiamano mafioso”.
E’ quindi ora di smetterla di puntare il dito moralizzatore. Si parla solo dell’amore di una bella famiglia, bella nel senso più spirituale del termine. L’importante è che tu sia Felice. Auguroni Antonio!

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Biagio Finocchiaro

Mafia, libri, vacanze, satira, costume, interviste, viaggi, politica internazionale e forse qualcosa in più. Potete pure evitare di leggerlo. Nulla di eccezionale. Credetemi. Tanto scrive quando vuole, di ciò che vuole e soprattuto se vuole. Al massimo un pizzico di acido sarcasmo e qualche discreta invettiva, molto buon disordine, svogliatezza, prolissità patologica, ingenuità congenita. Nulla più di un calabrone che, nella disperata voglia di fuggire via, si schianta e si rischianta contro il vetro di una finestra.

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