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Ars, riforma delle Province: quella norma “anti super-Sindaco” che piace a maggioranza ed opposizione

Ieri pomeriggio – a quasi due anni e mezzo di distanza dall’abolizione delle “vecchie” Province – l’Assemblea regionale siciliana ha approvato la riforma degli enti intermedi, istituendo tre Città metropolitane (Palermo, Catania e Messina) e sei Liberi Consorzi di Comuni. Presidenti, Sindaci metropolitani e Giunta rimarranno in carica quattro anni e verranno eletti da un’adunanza elettorale di cui saranno membri Sindaci e Consiglieri comunali di tutti i Comuni (per le Città metropolitane anche i consiglieri di Municipalità). Presidenti di Consorzi e Sindaci Metropolitani incasseranno un’indennità pari alla differenza tra quella percepita nel proprio Comune e quella del Sindaco del Comune più popolato. A differenza che nel resto d’Italia, il Sindaco metropolitano non sarà di diritto il primo cittadino delle tre principali città isolane, ma dovrà dunque passare attraverso un’elezione di secondo grado. A guidare la Città metropolitana potrà essere ogni sindaco del novero, compresi quelli provenienti dai Comuni più piccoli, purché la scadenza del mandato sia distante almeno diciotto mesi. Una discrasia che gli addetti ai lavori hanno interpretato come una spallata preventiva a Leoluca Orlando ed Enzo Bianco, rispettivamente sindaci di Palermo e Catania, entrambi tra i papabili alla successione di Rosario Crocetta alla Presidenza della Regione.

Il deputato regionale del Pd Anthony Barbagallo è però di altro avviso: “Orlando e Bianco restano i candidati naturali per la guida delle Città metropolitane di Palermo e Catania. Di certo – prosegue Barbagallo – questo tipo di elezione impone un confronto importante con il territorio, anche nell’ottica di una composizione della Giunta che tenga conto della storia e delle risorse di ogni area delle ex Province. Non credo che sia stato un tiro mancino a qualcuno, è solo un metodo più equilibrato per scegliere Sindaco e Giunta. Del resto – ricorda il deputato democratico – per sessant’anni il rapporto tra la Presidenza di una Provincia e la figura di Sindaco hanno dato luogo ad una situazione giuridica di ineleggibilità, dunque una forma di incompatibilità – almeno in prima battuta, in automatico – doveva pur esserci. Senza contare che, a parere mio, la Riforma Delrio presenta alcune criticità, per esempio la riserva statutaria che potrebbe portare al ritorno dell’elezione diretta dei Sindaci metropolitani. La nostra Riforma – conclude Barbagallo – mi sembra migliore di quella nazionale.”

Su questo punto non è particolarmente critico il Movimento 5 Stelle, che aveva per altro avanzato lo specifico emendamento al testo originale. “La questione è di democrazia del territorio – dichiara il parlamentare pentastellato Francesco Cappello – già abbiamo abolito l’elezione diretta, sarebbe stato fin troppo un’indicazione dell’Assemblea dei tre Sindaci dei Comuni più popolati. Per fare l’esempio di Catania, la Città metropolitana dovrà erogare servizi ad ognuno dei 58 Comuni. Dunque – se pure il super-Sindaco (in ipotesi) sarà Bianco – sarà un bene che l’assetto complessivo degli organismi venga contrattato con tutto il territorio”. Sull’impianto complessivo della Riforma, tuttavia, i 5 Stelle hanno votato contro: “Si sono susseguiti quattro assessori agli Enti Locali in due anni e mezzo, e via via la Riforma è peggiorata: all’inizio le cariche, al netto delle trasferte, dovevano essere gratuite, oggi invece è stata introdotta l’indennità. Si era parlato di Città metropolitane più coerenti, con un massimo di 20/25 Comuni ed una maggiore compattezza economico-sociale, e invece Città metropolitane e Consorzi ricalcano l’assetto delle vecchie Province. E non dimentichiamo i casi di Gela, Niscemi e Ragusa (che avevano effettuato un referendum per uscire dalla Provincia “di partenza”) e l’incertezza sulle risorse da trasferire ai nuovi enti”.

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Redazione

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