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Arresto clan Tuppi: i dettagli dell’operazione

Sono 26 gli arresti all’interno del clan dei Tuppi.

Il provvedimento trae origine dalle dichiarazioni del collaboratore Luciano Cavallaro, esponente storico del gruppo mafioso dei ‘Tuppi’,. L’uomo, già fortemente radicato sul territorio di Misterbianco a partire dagli anni ’80, era particolarmente attivo nella gestione delle illecite attività. Il clan si spalleggiava contro  il gruppo del ‘Malpassotu’, costituente la locale articolazione della famiglia Santapaola. Da tale contrapposizione sul finire degli anni Ottanta scaturì un conflitto. Prodotto di questa guerra fu l’omicidio di Mario Nicotra, chiamato “Mario u tuppu”. Il boss venne ucciso il 16 maggio 1989, motivo per il quale gli esponenti dei Tuppi furono costretti ad emigrare in Toscana.

Una cruenta guerra per il controllo del territorio

La cruenta guerra tra i due gruppi ed i numerosi omicidi che ne scaturirono sono documentati dalle dichiarazioni di numerosi collaboratori provenienti dal clan del “Malpassotu”. Al fine di riscontrare le dichiarazioni del collaboratore Luciano Cavallaro, su delega di questa Procura Distrettuale, veniva avviata un’indagine condotta dal febbraio 2016 al mese di aprile 2018 dal Nucleo Investigativo del Reparto Operativo del Comando Provinciale di Catania e dall’Aliquota Carabinieri di questa Sezione di P.G. Le investigazioni dimostrarono l’attuale operatività della famiglia mafiosa dei ‘Tuppi’. Quest’ultimi, sono rientrati a Misterbianco dopo che il clan ‘Malpassotu’ era stato debellato dalle numerose iniziative. La nuova alleanza coinvolgeva la famiglia dei ‘Mazzei’,rimasta ad operare sul territorio di Misterbianco.

Le indagini hanno consentito di ricostruire l’attuale organigramma del sodalizio criminale dei Tuppi. Al vertice c’è l’anziano e carismatico Gaetano Nicotra, detto “zio Tano”, fratello del predetto Mario Nicotra. Accanto vi sono i fedelissimi Antonino Rivilli e il nipote Tony Nicotra, ritornato in libertà dal 17 febbraio 2017. Quest’ultimo, ripreso il controllo della cosca, collaborava con il giovane fratellastro Gaetano Nicotra, il ”figlioccio’, Carmelo Guglielmino e di Daniele Musarra Amato.

Alle strette dipendenze di Rivilli di Tony Nicotra opera, poi, il “gruppo di Motta Sant’Anastasia”, capitanato da Daniele Di Stefano, inteso “Minnitta”. Quest’ultimo era stretto con il fratello, Filippo Di Stefano, e dei “soldati”, Filippo Buzza,  Domenico Agosta, Gaetano Indelicato, Francesco Spampinato e Giuseppe Piro.
Il materiale probatorio acquisito ha consentito di contestare, per la prima volta, al gruppo dei Nicotra i reati di associazione mafiosa ed altri reati fine, tra i quali l’omicidio di Paolo Arena, anche ai capi ed affiliati del gruppo dei ‘Tuppi’.

Le dichiarazioni di  Luciano Cavallaro, inoltre, risultano riscontrate anche su uno degli omicidi risalenti alla citata guerra di mafia. Uno sarebbe stato compiuto da Gaetano Nicotra, classe 1951  in qualità di mandante nell’omicidio consumato in data 28 settembre 1991, a Misterbianco. La vittima fu il consigliere comunale Paolo Arena, esponente di spicco della Democrazia Cristiana etnea. Le indagini avevano portato a ritenere che il fatto di sangue potesse essere legato ad ingerenze criminali negli affari politici ed economici del Comune di Misterbianco.

Proprio in relazione alla carica politica ricoperta, Arena aveva intrattenuto relazioni illecite e continuative con Mario Nicotra e, dopo l’omicidio dello stesso per mano del clan Pulvirenti, aveva allacciato rapporti affaristici con quest’ultimo gruppo. L’appoggio garantito da Arena al clan Pulvirenti era visto dai restanti appartenenti al clan Nicotra come un vero e proprio tradimento.L’ipotesi investigativa dell’epoca è stata confermata.

Il nome in codice Gisella

Il nome “Gisella” dato all’indagine è il nome in codice utilizzato nei colloqui telefonici dai giovani sodali che costituiscono il gruppo di “Motta”, per indicare il “capo”, ossia Antonino Rivilli. Le indagini attestano, infatti, che l’operato del gruppo di Motta è tutt’altro che avulso dal contesto mafioso dei Nicotra. Il clan interveniva per ‘sistemare’ situazioni sconvenienti scaturenti dalle illecite attività degli affiliati, dando loro disposizioni, che i componenti del gruppo sono tenuti a rispettare, sicché anche i dettagli delle illecite azioni sono sempre oggetto di attenzione da parte del gruppo di ‘comando’.

Attività preminente del gruppo di Motta, come detto capeggiato da Daniele Di Stefano, è quella dei furti di veicoli agricoli perpetrati in danno di aziende ubicate nelle provincie di Catania ed Enna. I  furti erano finalizzati a richieste estorsive avanzate nei confronti degli interessati per la restituzione dei mezzi. Trascorsi tre giorni senza che qualcuno avesse fatto richiesta di restituzione del mezzo, si procedeva alla vendita del veicolo mediante intermediazione di soggetti incaricati da  DanieleDi Stefano o dal suo “braccio destro” Filippo Buzza, dove uno dei due interpellava telefonicamente i mediatori utilizzando una terminologia allusiva e trasmettendo, tramite l’applicazione “Whatsapp”, le fotografie scattate ai mezzi per potenziali acquirenti. Venivano utilizzate SIM card intestate a soggetti extracomunitari e/o dell’Est europeo mediante il c.d. metodo “citofonico”, per effettuare conversazioni “dedicate”.

Il 31 marzo 2017, l’attività investigativa consentiva di rinvenire e sequestrare una pistola calibro 9 corto a salve – modificata in arma comune da sparo – con relativo munizionamento, nel corso di una perquisizione domiciliare effettuata presso l’abitazione del pregiudicato SOZZI Sebastiano, alias “Davide”. Il sequestro era preceduto dall’ascolto di numerose conversazioni sulle utenze in uso a BUZZA Filippo, DISTEFANO Daniele e dello stesso SOZZI Sebastiano, dalle quali emergeva che quest’ultimo aveva commissionato l’arma ai due affiliati dell’organizzazione dei NICOTRA.

La forte presenza sul territorio è riscontrata anche dall’infiltrazione del sodalizio nelle istituzioni.Le indagini attestano infatti che il gruppo veniva agevolato da un militare, effettivo alla locale Stazione Carabinieri di Motta Sant’Anastasia. L’agente forniva informazioni sulle attività del proprio ufficio, orientando il gruppo nella programmazione dei reati. In particolare, il militare, dal mese di gennaio al mese di aprile 2017, in cambio di utilità economiche, riferiva a due affiliati informazioni riservate. Il predetto è stato indagato per corruzione per un atto contrario ai doveri d’ufficio e rivelazione ed utilizzazione di segreti d’ufficio, con l’aggravante di favorire e agevolare il citato sodalizio mafioso.

Le indagini hanno documentato come i componenti del sodalizio siano molto attivi nel rilevare attività economiche riconducibili a terzi che hanno maturato debiti nei loro confronti come: la macelleria di Piano Tavola il cui gestore era sottoposto ad usura ed estorsione, motivo per il quale era fuggito a Malta e il Night Red Lips, un locale di intrattenimento, mascherato da associazione culturale.

Gli accertamenti patrimoniali svolti nei confronti di Antonino Rivilli, Domenico Agosta e Carmelo Guglielmino hanno consentito di acclarare la sproporzione tra le capacità reddituali ufficialmente dichiarate dagli indagati ed il valore dei beni rientranti nei rispettivi patrimoni tale da fare ritenere pienamente operativa la presunzione della illecita provenienza degli stessi. Nella circostanza, sono stati sottoposti a sequestro preventivo beni mobili ed immobili per un valore complessivo di oltre €1.500.000.

 

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Redazione

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