fbpx
CronacheNews

Arcigay Catania: “Omofobia figlia dell’ignoranza”

Nelle ultime settimane sono stati diversi gli atti di violenza e discriminazione contro gli omosessuali. Troppi per una città come Catania, notoriamente aperta alle differenze e all’accettazione. Abbiamo chiesto il perchè di ciò che sta accadendo a Paolo Patanè, presidente del Comitato provinciale Arcigay di Catania.

La volontà di contrastare le differenze all’interno della società, lo portano a diventare presidente nazionale di Arcigay ed esperto di diritti civili e pari opportunità in numerose P.A. È inoltre componente della Commissione nazionale AIDS al Ministero della Salute. Insieme all’allora presidente ISTAT Enrico Giovannini, lavora alla definizione dei quesiti per le coppie di fatto nel Censimento 2011 e alla stesura della prima ricerca sugli omosessuali in Italia. Storico difensore dei diritti civili, è referente della Fondazione Patrimonio UNESCO e Vicedirettore esecutivo del Coordinamento dei Comuni UNESCO in Sicilia.

Aumentano casi di violenza e di omofobia. Giusto punire con il carcere i reati indefiniti di “omofobia” e “transfobia”?

«La questione deve essere posta correttamente. Nessuna rivendicazione di nessuno e nessuna proposta di legge ha mai prospettato sanzioni per reati “indefiniti” di omofobia e transfobia, perché di queste fattispecie oramai esistono dettagliate e puntuali definizioni che ci provengono dalla sociologia, dalla psicologia e largamente dalla dottrina e dalla giurisprudenza attraverso pareri e sentenze interne, comunitarie ed internazionali. Numerosi documenti e raccomandazioni delle Nazioni Unite, e numerose risoluzioni e persino direttive prodotte dall’Unione chiariscono ampiamente cosa siano l’omofobia e la transfobia e qualsiasi giudice oggi ha solidi strumenti per ricostruire motivazioni, caratteristiche e comportamenti che connotino odio verso il differente orientamento sessuale e la differente identità di genere: peccato che in Italia manchi una specifica previsione normativa che dia strumenti a Forze dell’Ordine e magistrati.

Il punto è esattamente questo: in tutto il mondo civile ad essere sanzionato come omofobia e transfobia non è un comportamento generico ma l’odio manifestato con offese, aggressioni, lesioni e persino assassini in ragione del differente orientamento sessuale o della differente identità di genere, ed è del tutto evidente che ognuno di quei comportamenti rappresenterebbe comunque un reato, come lo rappresenta qualunque forma di odio che produca comportamenti lesivi della vita, della dignità e della integrità di qualunque persona, ma la peculiarità dell’odio è determinante a qualificare il reato perché lo connota profondamente e dunque lo definisce. Non può esserne rimosso senza rischiare di ridimensionare o banalizzare il reato stesso.

Ha un senso quindi punire l’omofobia e la transfobia come l’antisemitismo, il femminicidio , il razzismo perché ha un senso punire l’odio, il disprezzo, la discriminazione la prepotenza in quanto minano le basi della convivenza civile e negano ad una persona la dignità di individuo, vuoi perché omosessuale, transessuale o donna o ebreo o disabile o di colore. Sono questi buoni motivi per avere odio e disprezzo ed esercitarlo? Immagino che nessuna persona per bene ritenga di rispondere di si. Dunque per gli episodi più gravi di omofobia e transfobia è corretto che una sanzione adeguatamente commisurata contempli pure il carcere. In Italia però, unico Paese dell’Unione Europea, nulla è punito e nemmeno l’aggravante per l’odio omofobico e transfobico è riconosciuta. Questo ci colloca fuori dai principi etici, culturali e giuridici dell’ Unione e del consesso dei Paesi civili»

Come vede l’introduzione di un reato di opinione contro l’omosessualità?

«L’opinione è libera e deve restarlo. L’insulto, l’umiliazione, la prevaricazione non possono esserlo, a meno di non voler affermare che lo Stato istituzionalizza la minore dignità e la minore sicurezza di una cospicua parte dei suoi cittadini, selezionandoli in ragione della loro natura e identità. E questo è certamente incompatibile con lo Stato di Diritto e la Democrazia: una degenerazione che nei suoi estremi diventa la mostruosità dell’apartheid. Panorama regionale e più locale, mi riferisco a Catania, come descriverebbe la situazione attuale? Direi inquietante. Catania ha una lunghissima storia di inclusione e di apertura verso le differenze. Negli anni Venti del secolo scorso esistevano in città ben quattro locali per persone omosessuali, anche se l’omosessualità era concepita e vissuta diversamente dagli stessi omosessuali. Tolta la pagina vergognosa del confino degli omosessuali voluto dal Questore Molina durante il Fascismo, mi sento di dire che la città ha prodotto anche nel tessuto popolare, e spesso ancor più nel tessuto popolare, una cultura affascinante per la sua capacità di comprendere e accogliere. Catania ha un Pride dal 1994, ovvero uno dei più antichi d’Italia, e un Movimento lgbt importante e dinamico e di rilievo nazionale. Ora qualcosa sta mutando: accadono episodi di aggressioni e prepotenze ai danni di persone omosessuali e transessuali in luoghi dove non erano mai avvenuti e nei quali la presenza di persone lgbt si era sempre serenamente e visibilmente manifestata confondendosi nell’ordinaria socialità. Segnali da non sottovalutare, perché contraddicono lo spirito profondo di questa Città e la sua stessa Storia e dunque ci collocano in un terreno nuovo e insidiosissimo per tutti e non solo per le persone omosessuali e transessuali»

C’è un colpevole?

«Ci sono molti colpevoli ma direi che è oggettiva la regressione che la Città ha vissuto negli anni trascorsi, soprattutto per la scomparsa di un’attenzione alla Cultura che l’ ha abbrutita e impoverita di valori e che oggi inevitabilmente paghiamo. Se la Cultura viene offesa, accantonata, rimossa, il prezzo è l’analfabetismo civile che intacca la convivenza tra le persone e genera diffidenza, incomprensione, disprezzo. Chi paga sono sempre coloro che vengono collocati in nicchie di differenza: le donne, gli omosessuali, le persone transessuali, gli anziani, le persone di differenti razze o religioni, i poveri ,vecchi e nuovi, e quando si colloca qualcuno in una nicchia gli si disconosce il diritto ad essere se stesso nello spazio pubblico o persino in quello privato. Si comincia a vivere male la Città e a sentirla ostile e insicura. E poi diciamoci pure che il quadro economico e sociale che viviamo nel Paese è terribile e favorisce, come sempre, l’emergere di ingiustizie che si allungano, oggi, in ogni città d’Italia e non solo a Catania, con rinnovata pericolosità: tutte le differenze per i populismi sono sempre un comodo nemico da additare alle paure della gente Chi è povero di diritti in realtà vive e paga la crisi economica con incertezze ancora più forti»

La politica, considerato il governo attuale, cosa fa? Come agisce? Sta a guardare?

«La politica nel nostro Paese è largamente più indietro della Società che dovrebbe rappresentare e l’assenza di diritti delle persone omosessuali e transessuali non è solo un problema delle persone omosessuali e transessuali ma è un serissimo problema di tutti perché svela un’inerzia e un ritardo della classe dirigente che ha determinato l’arretratezza e l’arretramento del Paese sui diritti come sull’economia, la ricerca, e la produzione culturale. Noi non siamo competitivi nel mondo anche perché non riconosciamo i diritti delle persone, e facendolo ne disconosciamo l’identità e quindi la dignità e quindi il talento. Guai ai Paesi che ritengono di potersi privare del talento di qualunque persona in ragione di un pregiudizio: si condannano all’involuzione. Non credo che questo sia una ragione per promuovere l’antipolitica ma piuttosto per spingere la politica a riconnettersi alla società ma siamo davvero alla frontiera del “non c’è più tempo”»

Quali provvedimenti bisognerebbe prendere?

«Mi viene troppo facile dire che intanto occorrerebbe che il Legislatore facesse quello che i tribunali, le sentenze, l’Europa e l’opinione dei cittadini gli chiedono di fare: legiferare e riconoscere diritti alle persone lgbt ed alle coppie omosessuali per uscire dall’incredibile e assoluto vuoto normativo di oggi . Pensate che in un’indagine sugli omosessuali in Italia del 2012 l’ISTAT ha rilevato che per il 66% degli italiani le coppie omosessuali devono avere gli stessi diritti delle coppie eterosessuali: ma allora perché non li hanno? Questo lo dico precisando che non può essere comunque rilevante l’opinione della maggioranza sulla persistenza o meno di un’ingiustizia: i diritti si riconoscono perché è doveroso farlo in uno Stato che si dica democratico, e non si attribuiscono per “simpatia”, ma è un dato di fatto che la società italiana li sostiene e questa è una buona notizia. E poi occorrerebbe che l’investimento sulla cultura e sulla coesione civile fosse declinato nei programmi scolastici e nelle prassi delle amministrazioni a tutti i livelli ma soprattutto che mutasse decisamente l’approccio nella definizione delle priorità del Governo nazionale . Spesso si pensa che non sia questo il momento giusto per rilanciare il dibattito sui diritti umani e civili, perché la crisi economica individua altre priorità…ma invece non è così ed è vero il contrario: investire sui diritti significa rimettere al centro di un ragionamento politico le persone e se si fa questo si restituisce alla gente la possibilità di sentirsi parte di qualcosa, di darsi solidarietà, di immaginare futuro. E non è forse questo essenziale in un momento di crisi drammatica da cui si esce soprattutto credendo nel futuro? Alla gente non si possono chiedere solo sacrifici: occorre restituire il diritto e il sogno di una possibile felicità, sennò l’esasperazione disintegrerà i meccanismi di coesione»

Catania, che un tempo era descritta come una città dove circolavano nuovi pensieri, sta invertendo la sua marcia?

«L’ha invertita qualche anno addietro e ora ne sta pagando le conseguenze. Occorre molta attenzione a questa fase ma la Città ha nel suo patrimonio profondo un’attitudine al dinamismo delle idee e delle cose e questo la spinge quasi geneticamente all’innovazione. Ripeto: guai a sottovalutare questa fase ma possiamo rimetterci in marcia, rilanciando il ruolo degli spazi pubblici come luoghi di aggregazione serena e libera e come espressione delle identità, della creatività e delle idee, e poi occorre una strategia innovativa e concreta mirata ad una cultura inclusiva, più sicurezza e qualche gesto anche simbolico ma decisivo per rilanciare emozioni, la passione civile e l’entusiasmo. Nonostante le difficoltà sono fiducioso ma bisogna che ogni azione risponda ad una strategia complessiva»

Molti ragazzi omosessuali raccontano di essere stati cacciati da locali e pubblici esercizi. cosa sta succedendo?

«Sta succedendo quello su cui abbiamo riflettuto sopra ma voglio dire con convinzione che questo è assolutamente il momento di non avere paura. Nessuno si pieghi alla prepotenza perché la prepotenza la si sconfigge con il coraggio, la dignità e la visibilità. Proprio noi persone lgbt possiamo dimostrare che la dignità delle persone può e deve essere più forte. La cittadinanza autentica e libera non può essere al buio ma alla luce del sole»

Mancano le giuste azioni di un tempo o non ci sono mai state?

«Io credo che il Movimento lgbt abbia contribuito a cambiare un po’ questa nostra complicata Italia. La società, l’informazione, il costume, la pubblicità, i media: molte cose hanno registrato nel tempo il senso di questo cambiamento ma è mancato lo scatto finale: quello che doveva confermare il mutamento nei diritti concreti e normati. Oggi anche il Movimento omosessuale però deve mutare strategia: occorre non scivolare nel vittimismo e sentirsi protagonisti di una chiave di lettura del Paese e delle sue possibilità di cambiamento. Occorre agire con assoluta indipendenza da invadenze di partito e da condizionamenti ideologici: la questione omosessuale e transessuale non è di parte; non è di destra o di sinistra ma attiene alla civiltà di un Paese e abbiamo bisogno di agirlo e comunicarlo sempre e coerentemente per essere credibili. Ho l’impressione che le giuste azioni ci siano state nel tempo quando il Movimento ha vissuto il suo tempo ma oggi le nostalgie rivoluzionarie rischiano di diventare incomprensibili alla stessa comunità omosessuale, che è identità molto diversa e infinitamente molto più vasta di quella ben più ristretta della nomenclatura omosessuale, e che mi sembra esserne sempre più distante. Insomma occorrerebbe che anche noi facessimo un poco di autocritica, ed io non mi escludo evidentemente, sul perché di uno scollamento tra la comunità e l’associazionismo di rappresentanza. Dobbiamo essere parte di un Paese uguale nelle sue differenze e non nicchia del Paese. Dipende non poco anche dal nostro modo di raccontarci.»

Manca la giusta cultura in Sicilia pur avendo un governatore dichiaratamente gay?

«Dico due cose: intanto avere un Governatore dichiaratamente omosessuale non può stabilire nulla di definitivo rispetto all’ esistenza di una cultura più o meno giusta in Sicilia, così come non lo può dire negli Stati Uniti l’avere un Presidente di colore. Evidentemente è un segnale importante e positivo ma non può dare certezze. E’ però vero che l’omofobia profonda non è e non è mai stata qua e faccio un’affermazione forte. Anni fa in una città rilevante del profondo Nord mi ritrovai coinvolto nel delirio della piazza dopo la vittoria leghista alle amministrative: non dimenticherò mai che alla presenza del candidato appena eletto, decine di migliaia di persone cominciarono ad urlare :”Padania libera, Padania libera, fuori i negri e i culattoni”. Riconosciamocelo: qui non sarebbe accaduto mai.»

Tags
Mostra di più

Redazione

Quotidiano on-line siciliano

Potrebbe interessarti anche

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Back to top button
Close

Adblock Detected

Please consider supporting us by disabling your ad blocker