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Andrea Mauri: tra viaggio e letteratura

In occasione dell’uscita del suo Mickeymouse03, lo scrittore Andrea Mauri farà tappa in Sicilia: tra Catania, Siracusa e Palermo incontrerà i suoi lettori per presentare un romanzo che è stato definito “uno dei migliori lavori letterari italiani del 2016”.

Andrea Mauri, scrittore romano che ha pubblicato, tra l’altro, diversi racconti per la casa editrice etnea Algra, ha partecipato ad un Incontro con l’Autore alla Libreria Fenice di Catania organizzato da Arcigay Cultura Catania e per l’occasione ha deciso di raccontare se stesso e il suo rapporto con la scrittura che definisce “principalmente Sofferenza, perché mi costringe a tirar fuori spesso, stati d’animo o ricordi che senza di essa eviterei di far riaffiorare; però è un bene perché attraversare stati d’animo travagliati e sentimenti contrastanti mi aiuta a vedere, attraverso il filtro dei personaggi, più chiaramente ed affrontare me stesso. Con questo non voglio dire che ciò che scrivo è autobiografico o terapeutico, ma credo sia necessario per uno scrittore scavare dentro ciò che si conosce o si è vissuto per conferire umanità ai personaggi e verosimiglianza ai luoghi

 

Attingendo al tuo bagaglio umano personale nel costruire i tuoi personaggi ci sono degli elementi o dei caratteri che senti più simili a te stesso?

«Sicuramente nei racconti ci sono storie d’amore che avrei voluto vivere e non ho vissuto, una sorta di proiezione. In qualche caso, forse, si può trovare qualcosa che mi appartiene nei racconti di storie vissute in luoghi diversi da dove vivo. Porto sempre con me dei taccuini di viaggio nei quali appunto sensazioni e situazioni ambientali tramite i quali poi costruisco la storia. In questo senso, forse, più che il carattere dei personaggi, ciò che mi appartiene di più a livello personale sono le ambientazioni nelle quali essi vivono. Più che nei racconti, probabilmente in Mickeymouse03 è possibile ritrovare delle piccole cose dalle quali ho preso spunto. A differenza del romanzo, in cui c’è stata una immedesimazione maggiore, nei racconti preferisco raccontare come immagini che osservo dall’esterno, come semplice osservatore di storie paradossali a limite tra normalità e follia (probabilmente non è altro che la proiezione di una follia interiore) che “vedo” anche se non mi riguardano personalmente e che voglio raccontare».

 

Hai viaggiato moltissimo e sei stato in posti meravigliosi e molto diversi l’uno dall’altro, ce n’è uno che ti ha ispirato maggiormente a scrivere o qualcuno che sai già servirà per un tuo prossimo romanzo?

«Sicuramente il posto che ho raccontato di più, anche se mascherato, è l’Africa sahariana e sub-sahariana, mercati, villaggi, agglomerati di persone che vivono davvero quella vita quotidiana. Torna molto spesso l’idea dell’odore e del colore delle zone desertiche in cui il deserto è qualcosa che arriva in città, lo senti dall’aria che respiri, come qualcosa di impalpabile. Un Paese, invece, che mi ha colpito tanto ma che ancora non sono riuscito ad elaborare come vorrei è il Brasile. Probabilmente ho ancora bisogno di metabolizzare per poterne scrivere. Ci sono molti luoghi che mi ispirano all’improvviso; questa estate, per esempio, a Porto stando seduto al tavolo di un bar in riva al canale ho sentito l’esigenza di scrivere un racconto. In altri casi invece prendo degli appunti che poi vado a rileggere e rielaborare»

 

Hai scritto un racconto che si intitola Virus d’Africa

«Tutto nasce nel periodo in cui tutti parlavano del virus Ebola e degli allarmismi secondo cui sarebbe arrivato in Europa. Decisi di documentarmi su quelle migliaia di persone che in Africa si trovavano sul serio faccia a faccia con questa infezione mortale. Volevo raccontare la storia del “contagio” e di come questo entra nella vita degli esseri umani e ne sconvolge le relazioni»

 

Tra interazioni umane e luoghi inaspettati “il tavolo del caffè” a cui accennavi prima, ritorna come elemento principale di una scena tra le più importanti di Mickeymouse03 in cui il rapporto tra i tuoi viaggi e il modo di scrivere è evidente. E’ facile, per il lettore, capire di trovarsi di fronte ad uno scrittore che lavora per immagini: ci si ritrova di fronte a una meravigliosa carrellata di volti, di espressioni come nel capitolo in cui i protagonisti si trovano immersi nella Sardana.

«E’ vero, per altro Barcellona è una città che amo molto e che raggiungo spesso,  quando scrivo sono cose che, improvvisamente, ritornano; come anche il ristorante della fonduta dove andiamo spesso con gli amici spagnoli è un luogo che ho voluto fosse presente nel romanzo come sfondo ai due protagonisti. Quello della “fonduta” in particolare, è un momento molto conviviale e mi sembrava l’ambientazione perfetta per uno scambio di punti di vista tra Michele e Francesco, i due protagonisti del romanzo, per creare quella intimità che manca nel loro rapporto»

 

C’è un netto contrasto tra la convivialità tipica del ristorante e il fatto che i Michele e Francesco sviluppano un dialogo molto particolare: hanno paura di dire ciò che dovrebbero per non andare troppo oltre.

«Tutto il rapporto tra Michele e Francesco, è basato sul bisogno del primo di guadagnare un “potere” sull’altro: quello di portarlo a determinate scelte, fargli prendere posizione, vuole testare la  sua capacità di indirizzare la vita di una persona; dall’altra parte i due hanno una difficoltà nella comunicazione perché temono sempre di cadere in un terreno minato in una situazione in cui non hanno il paracadute della realtà virtuale all’interno della quale è cominciato il loro rapporto. La chat li aiuta perché fa da schermo, da protezione a quel controllo che rischiano continuamente di perdere vivendo la vita reale. Il vantaggio della realtà virtuale è che quando si fa una domanda l’altro ha tutto il tempo che vuole per rispondere e cercare il modo migliore per farlo usando quel lasso di tempo che nella comunicazione verbale non c’è. Francesco vorrebbe entrare nella vita di Michele anche se c’è questa cautela da parte di entrambi, è un acuto osservatore e teme che il legame indissolubile tra Michele e la sua famiglia possa rovinare la loro relazione»

 

Ci sono dei luoghi che la tua mente da scrittore percepisce subito come potenziale materiale da usare?

«Tantissime volte mi capita che prendendo l’autobus o la metropolitana trovo spunti di riflessione continui; mi capita spesso, appena sceso dai mezzi, di appuntarmi situazioni o dialoghi perché sono delle perle rare di saggezza in alcuni casi e di assurdità in altri. In uno o due racconti, ho accennato a dei dialoghi avvenuti nella vita di tutti i giorni. Quando stai seduto al tavolo di un caffè vedi passarti davanti centinaia di vite»

 

Tra i luoghi che hai visitato, Catania è una di quelli con cui hai un rapporto che dura da tempo, tra le altre cose hai pubblicato alcuni dei tuoi racconti con un editore catanese; da romano, che rapporto hai con questa città?

«E’ strano perché ogni volta che torno cerco sempre di fare uno sforzo di memoria cercando di ricordare la prima volta che ci sono stato. La Piazza del Duomo, quei palazzi neri mi hanno dato una sensazione strana perché, senza saperne il motivo ero convinto che sarei tornato. Non possiamo immaginare perché si comincia il rapporto con una città però, come mi è successo per Catania, quando lo cominci questa ti richiama più volte. Quando torno ho la sensazione di conoscere bene la città però quando ci sono dentro mi sembra di non conoscerla per niente, è come se ci fosse sempre qualcosa che mi sfugge. Piazza Dante è un luogo in cui mi sento in una situazione quasi atemporale, un luogo sospeso eppure è una città in cui non posso fare a meno di tornare quasi fosse una sirena che ti attira di continuo ma ti molla sul più bello».

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Alfredo Polizzano

Siciliano di nascita in un tempo indefinito, libraio eclettico ha fatto della curiosità la sua ragione di vita e della bellezza la sua guida. Due grandi passioni professionali, i libri e il teatro, in cui la vita è l'eterno presente di un tempo che non è mai stato ma che sarà per sempre.

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