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Lo scrittore Andrea G. Pinketts nel ricordo dell’amico e collega Francesco A. Russo

L'etneo lo ricorda così: "Una sensibilità non indifferente".

«Il mio amico Andrea, scrittore strepitoso, me lo presentò Giuseppe Veneziano a Le Trottoir alla Darsena. Spesso quando si dice divoratore di libri risulta il contrario. Lui no, lui li divorava davvero. Divorava anche sigari e alcol. Dico purtroppo, perché se ne va troppo presto un uomo straordinario».

Apprendo della morte dello scrittore Andrea Pinketts, all’alba. Chiamo subito Francesco Russo, per saperne di più. Mi ricontatterà alle 07:00.

«Non mi sentivo di rispondere. Sono triste. Immaginavo che volessi certezza della notizia. Era un uomo straordinario, se ne va presto, forse lassù ce n’è più bisogno di qui».

Non è blasfemo Francesco Russo, è triste, come lo stesso ha detto. Molto triste. Un suo amico è morto, quasi annunciatamente, dopo il cancro riscontratogli alla gola, a soli 57 anni, che in breve lo ha ucciso.

Era buono e oppositore Andrea…

«…una sensibilità non indifferente, che la si toccava con mano, in quella sua non seconda, ma prima casa. Il bar Le Trottoir era la sua prima e assoluta casa. E li con quel vocione avevi da incontrarlo gentile e affabile. Per chi non lo conosceva, poteva non apparire così, e invece era proprio buono. Se ne va un “migliore”, come sovente accade. I migliori se ne vanno via prima, e presto».

Andrea Pinketts, nell’ultima opera di Francesco Russo, Scrivo per dimenticare, aveva dedicato una prefazione che tale non era, come ammissione dello stesso scrittore milanese. “[…] In realtà lo faccio perché mi piace ciò che faccio, quando ciò che faccio se lo merita”. Nulla a che vedere con emuli cialtroni che incontriamo in qualche angolo di spocchiosità, salvati dalla capanna dello zio Tom, pronti sempre a ricordare al mondo che loro sono scrittori della mandorlata.

«Quella voce roca, da radio oserei dire. Un omone grande e grosso, non grasso. Gli chiesi di scrivere qualcosa per il mio ultimo libro, lo lesse, dopo, poche ore avevo una prefazione, che fu un omaggio vero e proprio! Ma al di la di ciò, sono davvero triste. Posso dire che la felicità sta nel fatto che ho avuto il piacere di conoscerlo e tutte le volte che sono a Milano, ci si faceva il nostro cocktail, anche se ultimamente beveva birra».

 

La morte dei padri

«La morte dei nostri padri, li abbiamo persi ambedue da giovani, ci unì. Le chiacchierate puntavano sull’intensità dell’assenza del padre. Ci si confidava! Poi ci spostavamo nell’ambito della scrittura, l’inferno dell’editoria, non sempre facile, direi per nulla, e lui era pronto ad accogliere la tua confidenza».

Mi piace il bar

«II suo libro Mi piace il bar, lo posseggo con una dedica, che mi fece nell’ouverture, dove apre con una poesia. Mi scrisse delle parole che porto dentro. Sono un uomo da bar, come lo era lui. Compresi subito le fragilità di questo omone. Ci intendemmo. Diventammo amici».

 

 

 

 

La cultura perde pezzi… ma anche uomini

«L’Italia perde troppo presto una figura importante nell’ambito culturale. Continuerò ad onorare il mio amico. Stasera berrò alla sua». 

Ci lascia cosi Francesco, con l’amaro in bocca. Con l’idea di chi non vuole accettare la morte, nonostante, come il suo amico Andrea, ebbe a perdere la figura di riferimento per antonomasia, il padre, molto giovane.

 

Francesco Russo, ha concesso l'uso della foto della dedica fattagli da Andrea Pinketts, di cui si scrive nell'articolo.
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Salvatore Massimo Fazio

Di lui sappiamo che è contro il bigottismo sociale "è mafia pura" e che decide di vivere la socialità solo per lavoro, o rare volte al bar da Enzo quando torna a Catania. Nel 2016 col saggio "Regressione suicida", non inganni il titolo, è un invito a ripercorrere tutte le tappe della vita sino a risorgere nella veste indipendente, senza pendere dal pensiero (e da) alcuno, desta polemiche. Si ritira anche dalle direzioni artistiche "[...] non dimenticatevi che sono anche un operatore sociale e un tutto fare". Ha dichiarato difficoltà e malessere nell'aderire alle filosofie dei due outsider che ha approfondito per circa 16 anni, Emil Cioran e Manlio Sgalambro, dei quali estese la propria tesi di laurea: "C'è un motivo per il quale non posso dichiararmi filosofo, né studioso di filosofia, nonostante la stampa continua a farlo e io continui a smentirlo".

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