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ArteTeatro

Andrea Chénier al Bellini

Una prima che poteva essere trionfale lascia i melomani con l'amaro in bocca

Ogni spettacolo parte carico di mille aspettative e un titolo come Andrea Chénier sicuramente non è uno dei più facili.

Forse la versione in salsa catanese non è una delle più riuscite per una serie talmente ampia di motivi che rischieremmo di dilungarci troppo. Limitandoci a motivi strettamente artistici.

L’opera

Si inizi col dire che il primo quadro dell’opera che ne prevede quattro ha aperto il sipario su uno scenario talmente scadente da sembrare volutamente ridicolo. Un vero peccato perchè così si è creato un impressione sgradevole pregiudicando i quadri successivi decisamente migliori!

La scena prevede un castello di provincia in cui la nobiltà parigina, lontana dai venti rivoluzionari, continua a condurre la vita frivola tipica di quel periodo. Dovrebbe essere uno dei punti storici focali. Mette in risalto l’atteggiamento sfarzoso dei nobili francesi ostinati a vivere come nulla fosse inconsapevoli che da li a poco avrebbero perso la testa.

Al contrario quello che si è presentato al pubblico era molto più simile alla fermata di piazza Alcalà alle quattro del mattino dopo una festa di Halloween fatta alla buona. File di dame ammassate in panchine foderate di celeste (citazione non necessaria in questo contesto) tra le quali era plausibile immaginare chiedessero l’una all’altra se fosse partito il Librino Express.

La presenza dei vigili del fuoco era l’unica cosa rassicurante al timore che quelle parrucche sintetiche prendessero fuoco sotto le luci della scena. Gli abiti da far rimpiangere la gloriosa tradizione sartoriale del nostro venerato teatro o addirittura qualche atelier da cerimonia di via Plebiscito (almeno in via plebiscito i finti Svarowsky negli abiti li appiccicano, con la colla a caldo ma almeno li appiccicano). Fortunatamente dal secondo quadro il problema si risolve, non so quanto efficacemente ma almeno alla vista è più gradevole. Sorvoliamo sulla superficialità nello scegliere gli oggetti di scena, dalle sedie neogotiche, si proprio quelle usate qualche mese fa per l’Anna Bolena, alle lampade a petrolio.

Scene e costumi importanti

Qualcuno potrebbe obiettare che scene e costumi poco hanno a che vedere con la lirica. Più importanti sono le voci. Ma trattandosi di teatro e non di concerto non si può prescindere. Altri potrebbe additare le difficoltà

MARIE-ANTOINETTE, Kirsten Dunst, 2006. ©Sony Pictures/courtesy Everett Collection

finanziarie dei teatri italiani. Anche in questo caso si dovrebbe notare che il pubblico non è tenuto a giustificazioni del genere ma guarda al risultato finale. Da non sottovalutare le capacità del genio che fanno di necessità virtù. Certe scelte hanno più a che fare con la noncuranza che con la necessità. Nè si confonda l’attenzione ai particolari a propensioni manieriste. Tutt’altro. Quanto sarebbe stato meglio far recitare il primo quadro in mutande a dimostrare l’incapacità della nobiltà di rendersi conto della propria reale condizione e continuare a vivere come nulla fosse. Non sarebbe forse stato più di impatto e più vicino al significato del quadro stesso? Piuttosto che vestire il coro da carnevale?

Particolari del genere risultano ancora più evidenti quando contrastano nettamente con una bella imponente scenografia.

Maestosa nella sua semplicità. C’è da chiedersi perchè oggi, scegliendo una linea non la si segua fino in fondo, decidendo di cedere a espedienti grossolani. Sono questi, spesso, gli errori che rovinano una intera regia. Di questa va apprezzato lo sforzo di chiudere ogni quadro come fosse una tela di David. Lo sforzo, perchè il risultato, sebbene di effetto, lascia del tutto trascurata la composizione tipica del pittore francese, generando più che altro confusione.

Il Protagonista brilla su tutti

Hovhannes Ayvazyan, Andrea Chénier

Forse è vero che oggi non sono molti i cantanti dotati di potenza vocale tale da riuscire, con la sola voce a superare la buca dell’orchestra. A Catania di recente abbiamo goduto di cantanti che smentiscono questa affermazione abbastanza agevolmente e che meritatamente suscitano un vero e proprio tripudio alla fine della recita. Tuttavia l’orchestra dovrebbe, in alcuni casi, sostenere la voce ed accompagnarla. La direzione di Pirolli ha creato un tutt’uno armonico con il coro sottolineando il clima trionfalistico necessario in più punti dell’opera. Necessario perchè, come citato più volte nel libretto stesso di Illica, lo Chènier deve manifestare la potenza di un colpo del cannone rivoluzionario. Vero è che la scrittura di Giordani va interpretata ma vero è pure che la sua apparente semplicità non può essere valorizzata in virtù della scena.

morte di Marat – J.L. David

 

 

 

 

 

 

Il poeta giornalista

Ruolo sostenuto con buoni risultati da Hovhannes Ayvazyan nei panni del poeta giornalista Andrea Chénier. Intonato (naturalmente), sicuro e perfettamente nella parte. La sua voce, lo si può affermare senza tema di smentita, è stata capace di sostenere l’intera opera. Dal terzo quadro, c’è sa sospettare che ne fosse consapevole anche lo stesso Ayvazyan. La Maddalena di Coigy di Amarilli Nizza è risultata adeguata quanto una valchiria che canti Vissi d’arte. Deficitaria dell’appoggio adeguato a sostenere una recita, dal confronto col protagonista ne esce decisamente danneggiata.

Una amara riflessione

Avvilisce pensare che per il debutto catanese nel 1903 Andrea Chénier inaugura la stagione e che in quegli anni il nostro teatro era riconosciuto come tra i più importanti d’Italia. Oggi è grave che l’opinione comune, non del pubblico ma forse da parte di chi dovrebbe valorizzarlo, sia che “tanto siamo a Catania, non è La Scala”. Il Teatro Massimo Bellini merita molto di più, questa superficialità è un insulto alla nostra intera città.

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Alfredo Polizzano

Siciliano di nascita in un tempo indefinito, libraio eclettico ha fatto della curiosità la sua ragione di vita e della bellezza la sua guida. Due grandi passioni professionali, i libri e il teatro, in cui la vita è l'eterno presente di un tempo che non è mai stato ma che sarà per sempre.

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