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Amarcord Giuseppe Lazzaro Danzuso: da Catania all’intersecarsi con dialetti friuliani e lombardi

Lo scrittore etneo con "Ritorno all'Amarina" supera se stesso... e la prova d'autore.

Da pochi mesi la bolognese Logo Fausto Lupetti Editore ha dato alle stampe un libro che mi ha molto commosso. Lo stile non è tutto, ma se lo associ alla memoria storica può diventarlo.

Giuseppe Lazzaro Danzuso, è l’edificatore di questa opera, nonché uno tra i migliori scrittori siciliani.

Ritorno all’Amarina  (€ 15,00, pagg.199) può definirsi il superamento definitivo e conclamato, non solo di se stesso. La grande prova d’autore, attraverso il ricordo della, propria, memoria sociale e familiare, è stata anch’essa superata.

Un libro per tutti

In un parterre, quale questo libro si è imposto, le atmosfere di una famiglia.

Tra soggiorni nella campagna della provincia catanese, e lo sganciarsi di un membro che si trova quasi costretto a proiettarsi verso la Urbe.

Ma ancora, il talento del Lazzaro Danzuso, attraversando lo stivale con brevi cenni di immagini e bellissimi usi idiomatici e intercalari dialettali di luoghi distantissimi dalla terra natia.

Il lombardo o il friulano, come dono o come donati ed esaltati, intersecati da un italiano forbito miscelato a più dialetti.

Amarina

Che cos’è l’Amarina, per chi ha breve memoria per qualsivoglia motivo, dall’età o dal disinteresse topografico e toponomastico, riportata nel titolo, risveglia la voglia in una età matura di vivere un luogo che sia il migliore onde evitare di non sentirsi più bene.

Nonostante i viaggi interiori, del linguaggio, dell’apprendimento e dei sentimenti e quelli prettamente tangibili, fisici meglio dire, in questo libro lo scoprirete.

Ancor di più, e qui fino a commuovermi, per me arido e quasi anaffettivo ai contenuti di certa tipologia libresca è stata rivelazione ma al contempo conferma della grandezza di questo signore che per un decennio, incontravo ogni mattina dato che distavamo di casa, appena 500 m.
(In foto la cover di copertina del libro)

Io fan

Capirete bene che il calibro di un personaggio come Giuseppe Lazzaro Danzuso mi incuteva spesso timore reverenziale. Uno degli scrittori miei preferiti assieme a Sandor Marai, Domenico Trischitta, Tino Vittorio, Veronica Tomassini, Joseph Joffo, Ezra Pound, Antonio Di Grado ed Emil Cioran, di quelle cime che fai le ricerche per sapere dove abitano o abbiano vissuto così da indagare sulla loro vita, quasi a sfiorarne lo stalkeraggio al fine di apprendere con quanta grazia riescono a raccontare fatti ed eventi in una modalità del tutto particolare magari chiedendogli udienza. Desideri entrare in simbiosi intellettuale, di sponda unilaterale, perché in loro vedi il concetto di purezza della scrittura, dell’annullamento del concetto di ghost writer.

Il filantropo Danzuso

Ecco che questa papella che ho appeno concluso di scrivere, di getto, da umile recensore, dopo aver letto analiticamente Ritorno all’Amarina, ha svelato tutto ciò che un fan, un maniaco della lettura che crea attorno al suo vivere quotidiano, può evitare di fare: Giuseppe Lazzaro Danzuso, mette nelle mani del lettore vario, del pasionario, dell’accanito, tutto quanto necessita sapere al “devoto” e forse lo ha fatto inconsapevolmente, spogliando e presentando una trasversalità sociale con nomi e cognomi di chi è il proprio microcosmo, quello più importante, quello più valido: la propria famiglia, la propria terra.
(In foto Giuseppe Lazzaro Danzuso)

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Salvatore Massimo Fazio

Di lui sappiamo che è contro il bigottismo sociale "è mafia pura" e che decide di vivere la socialità solo per lavoro, o rare volte al bar da Enzo quando torna a Catania. Nel 2016 col saggio "Regressione suicida", non inganni il titolo, è un invito a ripercorrere tutte le tappe della vita sino a risorgere nella veste indipendente, senza pendere dal pensiero (e da) alcuno, desta polemiche. Si ritira anche dalle direzioni artistiche "[...] non dimenticatevi che sono anche un operatore sociale e un tutto fare". Ha dichiarato difficoltà e malessere nell'aderire alle filosofie dei due outsider che ha approfondito per circa 16 anni, Emil Cioran e Manlio Sgalambro, dei quali estese la propria tesi di laurea: "C'è un motivo per il quale non posso dichiararmi filosofo, né studioso di filosofia, nonostante la stampa continua a farlo e io continui a smentirlo".

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