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All’armi siam leghisti

“La Lega c’entra moltissimo con la sinistra, non è una bestemmia. Tra la Lega e la sinistra c’è forte contiguità sociale. Il maggior partito operaio del Nord è la Lega, piaccia o non piaccia. È una nostra costola, è stato il sintomo più evidente e robusto della crisi del nostro sistema politico e si esprime attraverso un anti-statalismo democratico e anche antifascista che non ha nulla a vedere con un blocco organico di destra.” (Massimo D’Alema)

“La Lega è un partito razzista. I leghisti sono antifascisti, ma razzisti […] una strana forma di lepenismo non fascista del Nord.” (Massimo D’Alema)

C’è un fenomeno politico che ha spiazzato gli italiani. Li ha spiazzati non tanto politicamente ma emotivamente, nel profondo. Ed è ormai risaputo che l’italiano non è molto avvezzo alle novità ideologiche ne alle scommesse intellettuali. Ha il proprio pascolo, i propri capisaldi, il proprio dominus ed il proprio nemico da odiare ma non combattere. Guai a chi destabilizza l’impalcatura sopra la quale ha adagiato i propri affari, il proprio modus vivendi, le proprie paure, guai a far scricchiolare le argomentazioni da sventolare in pubblico per darsi delle arie da opinionista preparato.

Tira insomma aria nuova. Un venticello simile a quello che soffia prima dell’arrivo di un treno o di una valanga. Una slavina verde che dal profondo nord ha ormai raggiunto i più sperduti comuni del sud Italia. Un vortice che sembra aver coinvolto più esperienze politiche ed ideologiche e che sembra aver scosso qualcosa che pareva ormai sopito o addirittura morto. Un leader che certamente non passa inosservato ed un consenso che cresce giorno dopo giorno nonostante i media non siano così clementi e le critiche “democratiche” spesso non siano pacate o davvero motivate.
In passato, nei bar della provincia meridionale, la Lega Nord è sempre stata oggetto di humour quasi mai leggero e non sempre supportato da una reale conoscenza del fenomeno ideologico, sociale e politico “verde” (chissà quanti hanno letto Gianfranco Miglio). Un’invettiva piena di luoghi comuni, non sempre goliardica, spesso legittima e quasi sempre, a dir la verità, comprensibile. Oggi, a quanto pare, molto del livore “terrone” sembra esser stato dimenticato. Oggi ribolle curiosità, sete di risposte, “rabbia più esistenziale che ideologica”, paura e delusione, oggi cresce la consapevolezza che certe scelte elettorali passate non sono state poi così sagge, oggi l’uomo comune ha forse realizzato come l’umorismo graffiante di alcuni intellettualoidi e la retorica di molti inetti politicanti di razza siano ormai prodotti scaduti, canzonette senza più fascino, scatole belle ma indubbiamente senza alcun contenuto.
Oggi in molti non abboccano al populismo che accusa di “populismo”, al “razzista” sparato a destra ed a manca, al “fascista”usato per ogni occasione scomoda. Nessuno si eccita più con le uova lanciate da chi “democraticamente” vuole impedire ad altri di esprimere la propria opinione. L’antiberlusconismo è stata una lezione formidabile. Un esempio di sterile, masochista, cieca, violenta e prepotente tentata opposizione.
Antonio Rapisarda. Classe 1980, catanese ma ormai romano d’adozione. Non è un politologo ma un acutissimo giornalista con uno spirito d’osservazione fuori dal comune. Cresciuto al “Secolo d’Italia”, adesso scrive per Panorama e Barbadillo.it. Già autore di “60 anni di un Secolo D’Italia” e del fresco “All’armi siam leghisti” (con prefazione di Pietrangelo Buttafuoco). Antonio, cortese come sempre,  proverà a chiarire come la nuova Lega di Matteo Salvini ed ancor di più il “salvinismo”, non senza aspre polemiche e violente contestazioni, siano riusciti a raggiungere un consenso inaspettato in tutto il territorio nazionale. Isole ed enclave rosse comprese.

Antonio, parlaci di questo tuo libro, fresco di ristampa. Cosa ti ha spinto a scriverlo e perché dovremmo leggerlo? Insomma un catanese che scrive un libro sulla Lega e su Salvini…è quantomeno spiazzante.
Sono stati i “fatti” a spingermi a scrivere “All’armi siam leghisti“. Anzi, il “fatto” politico per eccellenza, almeno per ciò che riguarda la destra negli ultimi quattro anni: l’avvento di Matteo Salvini come nuovo collettore della proposta politica. Dopo lo tsunami di Beppe Grillo e la rottamazione di Matteo Renzi, la “discesa” di Salvini al Sud e la sua interlocuzione con la piattaforma sovranista delle destre mi hanno spinto a cercare di capire di più sul come e sul perché un leghista abbia deciso di intraprendere un sentiero così “rivoluzionario” per l’impianto autonomista e terzo che ha sempre contraddistinto il Carroccio. Il risultato è questo volume: una connessione tra Lega e cultura di destra considerata fino a questo momento antinomica, come le ricostruzioni più superficiali denunciavano. Certo, se non ci fosse stata la messa in soffitta della “secessione” questa nuova interlocuzione sarebbe stata difficile. Ma questo, assieme all’abbraccio strategico e sempre più politico con Marine Le Pen, ha dimostrato quella capacità politica di Matteo Salvini che lo fa l’interprete – a destra – della nascente Terza Repubblica.

Indubbiamente non è la Lega Nord degli albori del 1989. Da Pontida ai comizi alle falde dell’Etna. Da “Roma ladrona” a “Bruxelles ladrona”. Quale il cambiamento da Bossi a Salvini?
È cambiata molto, ma come la Lega di Bossi degli inizi non era la stessa Lega dell’ultima stagione di Bossi. Ciò significa che il Carroccio, come gran parte dei movimenti nazional-populisti europei, possiede la capacità di connettersi con l’esigenza e le formule più adatte a interpretare alcune istanze. Parlare oggi di “indipendenza” regionale – nel momento in cui la Lega del dopo Bossi era stata sul punto di implodere e nel momento in cui la “sovranità” non la scippa più Roma ma Bruxelles – avrebbe rappresentato un argomento distante dalle richieste dell’Italia profonda. Salvini è stato capace di intuire questo e di rielaborare la difesa “sindacalizzata” del territorio in chiave nazionale. Da partito “periferico”, allora, è diventato partito “delle periferie”: ossia della grande provincia italiana aggredita dalle misure fiscali, dai trattati burocratici, dall’indifferenza della finanza.

In un grafico immaginario, la Lega non può esser rappresentata da un linea crescente e retta. Il grafico è altalenante. Molti i punti interrogativi, molti i successi, molti i momenti difficili, molti i momenti esaltanti e molte le personalità discusse. Quali, secondo te, i punti oscuri del passato, quali gli ostacoli superati?
Mi limito a dare in giudizio politico. A mio avviso, a un certo punto, la Lega ha corso il rischio di diventare un partito “normale”: ossia un soggetto politico con le correnti, i piccoli-grandi scandali e un gruppo di dirigenti tentato dall’autoreferenzialità. Assieme a questo un problema della Lega sono stati i provvedimenti portati a casa sul piano nazionale: qui, a partire dalla “devolution”, non si è raggiunto molto. Per questo, negli anni, il movimento è stato accompagnato da risultati elettorali sì ma altalenanti: fino alla crisi vera e propria con i vari “Trota” e Belsito che ha portato alla conclusione drammatica della stagione di Bossi. Con il rischio, per il momento più che scongiurato, di implodere.

La Lega non può esser oggetto di discussioni pacate e banali. Ad ogni comizio, applausi da una parte e uova dall’altra. Proviamo a delineare brevemente il momento attuale tra aspetti positivi e molte perplessità, tra responsabilità e prospettive.
Oggi la Lega sta vivendo una stagione di grande visibilità e di risultati politici. Il merito, lo riconoscono tutti, è di Matteo Salvini. Nella mia inchiesta, però, ho scoperto come accanto al leader ci siano delle giovani leve che lo hanno accompagnato, consigliato e sostenuto in questi anni: da Lorenzo Fontana a Paolo Grimoldi; da Gianluca Savoini a Vincenzo Sofo. Questo credo che sia un aspetto assolutamente positivo: l’uomo al comando di una “squadra”. Le perplessità politiche riguardano che cosa abbia intenzione di fare il segretario dopo queste elezioni Regionali. I nodi da sciogliere sono tanti: ci sarà questa Lega al Sud? O sarà un partito nazionale? E poi: che tipo di interlocuzione con il resto dell’opposizione? E con i 5 Stelle?

Davanti all’accostamento tra “destra” e “leghismo” qualcuno storce il naso. Probabilmente senza aver analizzato gli aspetti più profondi di questo connubio. Certamente i Tricolori bruciati non son stati dimenticati. Quali sono quindi i riferimenti culturali che sanciscono questo abbraccio nero-verde? Cosa unirebbe Salvini alla destra post-missina?
Ciò che unisce Lega e destra sono i riferimenti “archeologici” e archetipici all’Europa. Le saghe, la mitologia, l’idea di Europa come “comunità”: non a caso Tolkien è un mito fondativo delle rispettive gioventù. In termini prettamente politici è chiaro oggi il riferimento al nemico comune: l’Europa delle burocrazie. Rispetto a questo gli identitari di tutte le scuole – dai filogiacobini ai filoreazionari – credono oggi che sia giunto il momento di connettersi contro chi intende scippare il concetto di sovranità: sia quella politica, “di Stato”, sia quella espressione delle “patrie primordiali”, come ricordano i leghisti di “Terra Insubre”.

Salvini e la Sicilia. Sicuramente un binomio a primo impatto singolare. Il consenso dimostrerebbe il contrario. Quali punti di incontro? Quali le eventuali incompatibilità?
È un incontro tra il mondo del fare e quello che si candida (vedremo se e come) a rappresentarlo. Mi spiego: è indicativo che i pescatori siciliani si rivolgano più a Salvini che a Crocetta per non parlare del centrodestra. La reazione contro la politica siciliana e il consenso al “barbaro” venuto dal Nord si spiegano solo così: come una “punizione” del popolo siciliano e la voglia di questo di trovare un interlocutore immunizzato dalle dinamiche della politica regionale. Sta a Salvini adesso costruirci un blocco sociale a partire dal disagio. Quello che Grillo – sul quale erano state riversate copiose aspettative – non ha saputo fare. Almeno in Sicilia.

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Biagio Finocchiaro

Mafia, libri, vacanze, satira, costume, interviste, viaggi, politica internazionale e forse qualcosa in più. Potete pure evitare di leggerlo. Nulla di eccezionale. Credetemi. Tanto scrive quando vuole, di ciò che vuole e soprattuto se vuole. Al massimo un pizzico di acido sarcasmo e qualche discreta invettiva, molto buon disordine, svogliatezza, prolissità patologica, ingenuità congenita. Nulla più di un calabrone che, nella disperata voglia di fuggire via, si schianta e si rischianta contro il vetro di una finestra.

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