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Alessio Bondì: la bellezza del Siciliano

Poesie in musica. Le canzoni del cantautore palermitano Alessio Bondì sono semplicemente questo. Dieci piccole gemme che compongono quel capolavoro che risponde al nome di Sfardo, suo album d’esordio pubblicato nell’aprile del 2015 da Malintenti Dischi e 800A Records.

Bondì, nato a Palermo ma romano d’adozione, vincitore nel 2013 del Premio Fabrizio De André, è riuscito nella non facile impresa di dare vita ad un disco coloratissimo che, con estrema naturalezza, mette insieme il dialetto (o la lingua, se preferite) della sua terra natìa con un sound che attraversa trasversalmente decenni di storia della musica popolare.

Copertina dell’album Sfardo

In Sfardo (parola che in palermitano significa “strappo”) in un certo senso l’aria è impregnata di folk o meglio di un modo di intendere la musica che ci riporta al Llewyn Davis dei fratelli Coen (giusto qui ricordare la frase simbolo della pellicola: «Se non è mai stata nuova e non invecchia mai è una canzone folk»). Esempio non casuale il nostro sia perché Alessio è musicista che ha già un’intensa attività live alle spalle, ed è sul palco che probabilmente ha pian piano dato forma alla sua arte, sia perché i brani che propone hanno la magia delle cose senza tempo, sono figli della tradizione ma risultano innovativi come pochi.

Torniamo alla lingua. Il risultato ottenuto in Sfardo, frutto come racconta lo stesso artista di una scelta casuale ed inconsapevole, ma naturale («Scrivere canzoni in dialetto significa esprimere un urlo viscerale e risponde a una ricerca di autenticità e “unicità”»), è sorprendente: potete non capire le parole che state ascoltando (e la comprensione non è scontata anche per chi in Sicilia ci vive), ma il flusso di emozioni che esse generano non si interrompe mai (come nella dylaniana Rimmillu ru’ voti, nella dolcissima ballata In funn’o mare o nella title track Sfardo).

Alessio Bondì

Merito anche del muro sonoro creato da Bondì intrecciando voce, chitarra, archi e fiati, un muro costruito su atmosfere folk e lo-fi che il più delle volte, con repentini cambi di ritmo, diventano altro (si ascolti, ad esempio, Es mi mai dove la parte iniziale del pezzo che riporta alla memoria band come i Sodastream viene seguita da una selvaggia cavalcata country). Non mancano, inoltre, episodi che, pur non tradendo la cifra stilistica dell’opera, percorrono altre strade come nel caso del gioioso soul ballabile di quella Vuccirìa che sembra scritta da Pino Daniele.

Spostando l’attenzione sui testi, non possiamo non notare che in fondo l’album altro non è che una sorta di antologia del vissuto del nostro Alessio, un campionario di sensazioni che sfociano nel racconto mitico, una sequenza di immagini che hanno il sapore dolce di quei ricordi che, per apparire ancor più veri, hanno bisogno di essere filtrati con gli occhi di una fervida immaginazione.

In conclusione, un disco che, essendo estremamente piacevole ed orecchiabile, non può che raccogliere consensi (giusto sottolineare anche la bellezza della sua copertina che, realizzata da Manuela Di Pisa, richiama gli autoritratti della pittrice messicana Frida Kahlo) e che conferma come, per nostra fortuna, il mondo delle sette note è ancora in grado di regalarci talenti che aspettano solo di essere scoperti dal grande pubblico.

 

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