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Alberto Guzzardi “La musica deve rendere felici”

La musica è la sua vita. Alberto Guzzardi, sassofonista jazz catanese, ha fatto della musica e in particolare del sax il suo mondo attravero i suoi capisaldi Carlo Cattano, Giulio Visibelli, Amedeo Bianchi e Michael Rosen.
«Il mio percorso in realtà ha inizio col basso. Ho militato per tanti anni nei gruppi rock catanesi, in particolare con gli Aerfapeg, il gruppo però si sciolse prima della pubblicazione del primo lp e lì è finita la mia esperienza con il basso e il rock, anche se mi sono rimasti nel cuore. Il sax è poi diventato il mio strumento e il jazz il mio genere».

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Che differenze ci sono nello scenario musicale rock e jazzista?
«Innanzitutto la mia risposta è frutto dell’aver vissuto le due esperienze musicali in epoche diverse. Ho suonato il rock negli anni ’80, all’epoca eravamo visti con distacco ma c’era molta collaborazione tra noi musicisti, ho conosciuti tanti bravi artisti. Era un modo più spontaneo di approcciarsi alla musica anche per il periodo di evoluzione che viveva la musica rock e per l’influsso della musica elettronica. Il jazz, al quale mi sono accostato da una ventina d’anni, è una musica di serie a, non alla portata di tutte le orecchie. È una musica bellissima, ma rimprovero i miei colleghi musicisti “tristi”. Nella musica rock ci si metteva molto energia positiva, invece nei concerti di musica jazz manca il “sorriso”, si dialoga poco con il pubblico e ciò chiaramente si riflette nella musica. Credo che ultimamente il jazz viva una fase abbastanza involutiva, perché per opinione personale penso che è da più di mezzo secolo il jazz non riesce a produrre una vera novità, l’industria discografica non è incoraggiante e il pubblico è sempre più assente e rapido nel passare oltre se i primi tre secondi di un brano non l’hanno colpito particolarmente».

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Un musicista jazz come si rapporta con gli altri generi e in particolare con la musica elettronica?
«L’elettronica è un fenomeno di cui bisogna tenere conto, ha portato nuove sonorità molto belle. Anche jazzisti come Miles Davis si accostarono all’elettronica, per sonorità accattivanti. Ma quando diventa preponderante l’utilizzo dell’elettronica è negativo, si bypassano processi facendoli fare all’elaboratore. Personalmente mi infastidisce assistere a dei concerti in cui gli artisti riproducono esattamente gli stessi suoni dei brani registrati nei cd. Si andava ai concerti proprio per la diversità delle sonorità. Nel jazz invece la spontaneità è l’anima della musica e a Catania anche in ambito rock c’era l’equivalente della jam session, la cosiddetta “scannata”. Si partiva con un riff del chitarrista e su quello si costruiva un brano».

Che differenza invece c’è tra il lavoro come musicista e quello di insegnante di sax?
«Ultimamente mi assorbe molto più il lavoro didattico e l’accademia musicale Naima mi sta dando molte soddisfazioni. È una nuova realtà che ha come filosofia “rendere felici le persone tramite la musica”. Non è solo una scuola di musica per i futuri artisti ma un luogo in cui chi ama la musica trova felicità. Nel corso dell’anno scolastico organizziamo degli incontri per arricchire musicalmente i nostri allievi. L’ultimo era rivolto ai cantanti, mentre la prossima masterclass, che si terrà il 13 e 14 giugno, avrà come ospite Amedeo Bianchi, un grande sassofonista pieno di energia positiva, che sa trasmettere la gioia di vivere la musica».

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Redazione

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