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Ma quale ACAB? Tutti curnuti e sbirri

L’insulto più sanguinoso per un mafioso consiste nell’affibbiargli l’appellativo di  “sbirro” o di “infame”. Ricordo in proposito che a Trapani negli anni sessanta, agli inizi della mia carriera, durante un litigio tra Mariano Licari boss di Marsala, e un altro mafioso; “sei uno sbirro” gridò il primo. E l’altro ribattè: “se io sono un sbirro, tu sei un carabiniere a cavallo”. Ho capito in quel momento, quale viscerale avversione nutra il mafioso nei confronti dei rappresentanti dello Stato” (Cose di Cosa Nostra – Marcelle Padovani intervista Giovanni Falcone)

Sintiti chi successi a Racalmutu: truvarunu un tabutu scupirchiatu e dintra c’era ‘nu sbirru curnutu ca purtava lu diavulu attaccatu.” (Rosa Balisteri – Sintiti chi successi a Racalmutu)

L’ormai popolare video – l’ennesimo con analoghe scene, a dire la verità – dei due carabinieri che, accerchiati da una folla inferocita a Nesima, quartiere catanese pieno di problemi, cercano invano di assicurare alla giustizia un criminale, è da giorni fonte di indignazione e nausea. Sul web. Solo sul web.
Uno sdegno ad orologeria, già in procinto di inabissarsi, che probabilmente cadrà nel dimenticatoio al prossimo passo falso del novello, criminale o sprovveduto carabiniere di turno. Un arresto maldestro, un interrogatorio finito male, una carica di celerini durante una manifestazione studentesca ed il gioco è fatto. Tutti nuovamente a ricordare di orribili drammi come quelli di Aldrovandi, Cucchi, Eliantonio, Lonzi, Bianzino, Consiglio, Frapporti, Sandri, Pinelli, Marino e Giuliani, con la bava alla bocca. Tutti a non sapero a non voler più distinguere l’assassino dall’uomo onesto.

Oggi massima solidarietà ai tutori dell’ordine, ai nostri “angeli custodi“, domani? Dipende da cosa ci mostra la tv, dagli sbraiti che leggiamo sui social, da quanto tempo è passato dall’ultima multa ricevuta, dall’ideologia sbandierata in gioventù. Tutto muta e la lucidità mentale spesso va a farsi benedire.

Ci sono soggetti (in Italia ne abbiamo a iosa, non solo dentro i centri sociali e nei salotti radical-chic ma anche in giacca e cravatta), però, che non risentono dell’influenza mediatica e odiano costantemente ogni tutore dell’ordine. Non è solo un nobile antimilitarismo alla Iginio Ugo TarchettiE’ uno sport, è spavalderia, è un modo per restare sulla cresta dell’onda anche strumentalizzando vittime e carnefici. Non solo è odiata la divisa e ciò che rappresenta ma la persona fisica in quanto cattivo padre, marito, fratello e figlio. Un odio atavico, mostruoso, granitico, insensato.
In Sicilia, ad esempio, tutto ciò, spesso e volentieri, sfrocia in un’espressione, un appellativo divenuto ormai quasi intercalare, al pari di “minchia”. Qualcosa di ormai tipico come l’arancino, Cosa Nostra, il cannolo, gl’incendi estivi, la cassata e la disoccupazione.
C’è, infatti, un’offesa che va sempre più per la maggiore nella nostra terra bellissima e disgraziata; è il “cunnutu e sbirru”, un epiteto spassosissimo che cercherò di sviscerare qui si seguito.

Andiamo per gradi: chi è cornuto in Sicilia? Il cornuto non è solo “colui al quale la moglie fece fallo” ma è un cornuto nello spirito, un afflitto per natura, un tradito dall’onnipotente, un frustrato, insomma un predestinato ad esser vittima di se stesso e del mondo. Un novello Atlante della mitologia greca, condannato a portare il mondo sulle spalle, in piccante salsa sicula. Insomma dal Monte Pellegrino al vulcano Etna, l’idea di cornuto contiene già “..e mazziato“. Il suddetto termine viene posto all’inizio dell’espressione in analisi perchè non v’è offesa maggiore da anteporre. L’epiteto “cornuto” è non solo introduttivo ma completa e aggiunge altro colore al seguito.

Soffermiamoci su questa prima parte. Nulla a che vedere con l’origine stessa della parola. Pare che l’imperatore bizantino Andronico I, prima violasse alcune donne sposate e poi umiliasse i mariti di queste, facendo apporre delle grandi corna davanti alle dimore dei mariti oltraggiati. Tanto per non farsi mancar nulla.
In Sicilia, in particolar modo, si narra che i signorotti arabi, durante le battute di caccia, restando tanto tempo fuori dal castello, dimorassero provvisoriamente a casa di povera gente. Trovandosi a contrattare il pernottamento con gli indigenti occupanti, pare barattassero una notte con la donna di casa in cambio dei trofei di caccia. Al marito pare venisse pagato l’affronto con costose corna di animali cacciati in battuta. Morale? Nulla di semplice o banale. Nulla a che vedere con tali nobili leggende. Nulla di così superficiale. L’essere cornuto appartiene alla filosofia, alla storia e forse anche alla teologia. Cornuto è per il siciliano chi, baratta il proprio onore, la propria dignità. Chi, insomma, ha un miserabile disprezzoverso ciò che di più alto può avere l’essere umano.

A tutto ciò si aggiunge il secondo – in ordine alfabetico ma non meno importante – insulto. Chi è sbirro? No, non il “birrus” (dal tardo latino) colore rosso, tipico delle uniformi delle guardie medievali.

Non è il semplice carabiniere o poliziotto. Perlomeno non solo. C’è qualcosa di più profondo. Il boss corleonese Bernardo Provenzano soleva proferire ai propri sodali : “Megghiu uno sbirro amico che un amico sbirro”. Insomma è più di uno scioglilingua, più di una categoria lavorativa, è un’altra categoria del vivere.

Sì perchè l’accostamento sbirro=spione è ormai entrato nel vocabolario isolano. Per alcuni, vestire i panni del tutore dell’ordine è gravissimo, un fardello che si tramanda inesorabilmente per generazioni. Ladro si ma non poliziotto, spacciatore per necessità ma non carabiniere. Lo “sbirro” è molto di più! E’ un modo di porsi ed essere.

E’ sbirro colui che tradisce disvalori e regole del sottobosco. E ora anche del bosco. Si, perchè anche l’istruita borghesia ha adottato questo linguaggio. Sbirro è chi non osserva la legge del “fatti i cazzi tò”, chi non riconosce l’etica della strada ma anche chi mena contro i manifestanti, chi fa la multa, chi non permette la cannetta al parco, chi controlla, chi si impiccia, chi parla. Lo sbirro sarebbe quindi un soggetto affetto da una grave patologia : intervenire in situazioni che non lo riguardano o peggio, venir meno a patti più o meno taciti, più o meno puliti, per trarne una propria convenienza economica o semplicemente etico-morale. Lo sbirro è la divisa, è il lato oscuro della forza.  Lo sbirro è colui che non fa quel che dovrebbe fare nel momento in cui si deve fare. E’ il capro espiatorio per governanti eletti, non graditi e rieletti, è il comodissimo parafilmine per ogni malcontento, è l’unica divisa che opprime gratuitamente chi mai delinque, mai sbaglia, mai violenta mai scaglia la pietra. Lo sbirro è colui che deve tacere dinnanzi a cori come “10,100,1000 nassirya.

Lo sbirro è sbirro. Per il malandrino di quartiere come per il borghese piccolo piccolo che non hanno mai abbandonato il parrucchino di indomito e disinteressato rivoluzionario; gli sbirri vanno odiati nel momento in cui non servono, non sono immediatamente utili. Gli sbirri vanno odiati per gioco, spavalderia, per atteggiarsi ad anti sistema, per sfoggiare il proprio essere rivoluzionari, indomiti, allergici alle regole.
Insomma, un marchio di fabbrica siculo il “cunnutu e sbirru”, quasi uno slogan ideale per un’insegna di street food o abbigliamento casual. Un’onta per chi lo incassa, un formidabile gancio per chi lo scaglia.

Nato probabilmente in una bisca clandestina, in carcere o in qualche stalla, tale ingiuria, se così si può definire, è ormai divenuta un intercalare da aperitivo, quasi affettuoso, amorevole e confidenziale. Dolcissimo se balbettato masticando biscotti davanti ad un tè. Un modo per salutare, per esprimere tenerezza o addirittura per coccolare il proprio piccolo discolo figlioletto sul divano di casa. Oltre l’A.C.A.B. di importazione.

Oggi, tale espressione è stata persino sdoganata, entrando nel vocabolario del borghese misero misero e mediamente scolarizzato che vuole provare – anche solo per un attimo e non prima di aver ricordato Peppino Impastato su facebook o subito dopo aver commosso i propri contatti web con “Signor Tenente” di Giorgio Faletti – l’ebbrezza machista da Gomorra. Lo stesso ominicchio che dopo l’accaduto di Nesima moralizza, invoca le masse e si spende in paroloni di solidarietà alle forze dell’ordine. Il medesimo che qualche giorno o mese prima si accanisce contro i singoli uomini in divisa, ricordando gli innocenti barbaramente uccisi Alberto Giaquinto, Nanni De Angelis, Zunno Minotti e Giorgiana Masi. Lo stesso che nel momento del bisogno (quanto l’integrità fisica o patrimoniale corre un pericolo anche misero) dimentica la critica ai “burattini del sistema” o scorda la spavalderia da Tupamaros telematico. Un grande vortice confuso ed astioso, spesso ipocrita e superficiale. Un frenetico banchetto che si consuma solo dietro un pc ma mai coerentemente al primo posto di blocco. Una slavina senza logica, distinzioni, ragionamenti, giuste condanne ed assoluzioni. Tutto nel calderone.

E non indigna più il ragazzotto che in una piazza di spaccio o tra le vie di una dimenticata periferia, si lascia andare a colorite invettive contro carabinieri, poliziotti, vigili urbani e forestali. Quello è drammaticamente e patologicamente ormai normale. Probabilmente c’è anche approvazione ed ilarità intorno la genio in questione.
Il dramma vero è nelle vie del centro, tra le birre dei pub frequentati da universitari, nei piatti dei ristoranti pieni di professionisti e sulle tavole di onesti giovani lavoratori. Non è più la classica barzelletta sui carabinieri nè un film di Bud Spencer o del Monnezza né un moto culturale sessantottino contro il fetido e melmoso sistema economico-politico. Oggi è sport, hobby, costume. Forse ormai istinto come defecare o urinare.

E’ inevitabile, quindi, il paragone tra i ragazzi dipinti da Pierpaolo Pasolini a Valle Giulia in “Il PCI ai giovani” ed i borghesucci che sui social network ora solidarizzano con le forze dell’ordine ed in strada, poi, non mancano di lanciare superficiali quanto faziose frecciatine verso gli uomini in divisa. Per moda, per giustizialismo solo quando la “guardia” sbaglia, per atteggiarsi, perchè la multa non va ancora giù, forse un po per antimilitarismo “ad minchiam” (altro che Iginio Ugo Tarchetti!)  o forse perché l’aria di criminale del “bello e maledetto”che non teme i “vaddia“, attira sempre. La regola è noiosa, lo si sa. Perchè questo risentimento gratuito? Nulla di antisistema, spesso e volentieri nulla di profondamente e dignitosamente ideologico. Solo mera invettiva molleggiata e “quatteriota“.

Che differenza passa tra il “sacro teppismo dei figli di papà” sessantottini e gli odierni “sputi” verbali, gratuiti e continui, nei riguardi delle forze dell’ordine di molti giovani d’oggi? Quale il divario tra questi ultimi e due mafiosi che si offendono dandosi dello “sbirro”? Non c’è contiguità tra le scene del celebre video dei poveri carabinieri accerchiati a Catania e le offese alle Fdo, bisbigliate dalla borghesia “per bene”?

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B.F.

Mafia, libri, vacanze, satira, costume, interviste, viaggi, politica internazionale e forse qualcosa in più. Potete pure evitare di leggerlo. Nulla di eccezionale. Credetemi. Tanto scrive quando vuole, di ciò che vuole e soprattuto se vuole. Al massimo un pizzico di acido sarcasmo e qualche discreta invettiva, molto buon disordine, svogliatezza, prolissità patologica, ingenuità congenita. Nulla più di un calabrone che, nella disperata voglia di fuggire via, si schianta e si rischianta contro il vetro di una finestra.

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