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A San Berillo Gesù è morto per i peccati degli altri

Un racconto intimo ma senza sconti di San Berillo, una storia fatta di pietre e di persone. Il quartiere delle buttane, dei trans e dei travestiti si racconta attraverso le storie e la voce di sette protagoniste in un docu-film, “Gesù è morto per i peccati degli altri”, che ha richiesto cinque anni di lavorazione e che questa sera arriverà per la prima volta – dopo il successo raggiunto al Festival dei Popoli di Firenze – sul grande schermo del cinema King, che continuerà le proiezioni tutti i lunedì del mese di marzo. “Abbiamo finalmente una distribuzione – racconta la regista, Maria Arena – per cui tenteremo di distribuirlo a livello nazionale nelle sale e via streaming e in tv a livello internazionale, ma è ancora tutto da vedere”

Un progetto nato nel 2008, durante il lavoro di preparazione per uno spettacolo teatrale sulla scrittrice catanese Goliarda Sapienza, nata negli anni trenta in via Pistone, proprio a San Berillo. “Avevo letto tutti i libri di questa straordinaria scrittrice, molti dei quali ambientati in Sicilia – continua Maria Arena – Ce ne sono un paio su Catania e sul quartiere. Proprio perché stavo lavorando a questo spettacolo, ero andata a cercare dove fosse la casa di Goliarda, che oggi è ben nota e indicata da una targa. Incontrai l’inquilino che abita nella casa in cui nacque la scrittrice, ma che di lei non sapeva assolutamente niente. Questo signore è uno degli abitanti storici del quartiere. Mi propose di fare un giro del quartiere, io accettai e lui mi presentò un po’ tutta l’umanità che lo popolava. Ne rimasi molto colpita perché ovviamente fui presentata da uno che ci abita da trent’anni, che era una guida d’eccezione. Mi incuriosì molto e conobbi in questo modo Franchina, Meri e alcune delle protagoniste del film”.

Nato come “Le belle di San Berillo“, il docu-film evolve durante le riprese e prende una piega nuova, quasi inaspettata. Imparando a conoscere le storie delle sette protagoniste e il loro forte legame con la spiritualità e la fede nasce infatti “Gesù è morto per i peccati degli altri”, titolo mutuato dalla prima strofa della canzone “Gloria” di Patty Smith. “Un legame, quello tra sacro e profano, che non immaginavo proprio di trovare nel mio lavoro a San Berillo, non era proprio da canovaccio. Tant’è che sono partita dalle belle e sono arrivata a Gesù. È un legame – racconta – che ho scoperto con il tempo, questa forte religiosità di alcune protagoniste del film, che ho provato a raccontare”.

Franchina, Meri, Marcela, Alesia, Wonder, Santo e Totino. Prostitute, trans, omosessuali e travestiti, protagonisti e voci narranti di un racconto che si muove tra le pietre di un quartiere dalla storia travagliata, sventrato ma che resiste nel cuore di Catania, seppur lasciato al degrado per 50 anni e oggi più che mai conteso da interessi economici sempre più pressanti. In un quartiere fatto di pietre e buttane, centrale ma allo stesso tempo periferico almeno psicologicamente. Al punto da rendere impossibile l’abbattimento dei pregiudizi. Se durante il periodo elettorale, infatti, è stato organizzato un corso per badanti, le protagoniste una volta diplomate non sono riuscite a lavorare, perché viste sempre e solo come prostitute.

“Dietro ogni prostituta – spiega la regista – c’è una storia che bisognerebbe ascoltare per cancellare il significato spregiativo della parola. In ‘Gesù è morto per i peccati degli altri’ non c’è nessuna ricerca dello scandalo, solo un invito a riflettere sulla prostituzione e sull’omofobia attraverso le storie di sette individui che vivono ogni giorno dignitosamente nonostante tutto. Si tratta di persone anche di una certa età. Alcune, come nel caso di Meri, che lavora a San Berillo da più di vent’anni perché quando lavorava in cucina veniva puntualmente cacciata nel momento in cui veniva alla luce la sua transessualità – si sono trovate a fare la vita proprio perché non accettate in virtù della loro omosessualità o transessualità, per altre invece è stata una scelta”.

Inizialmente autoprodotto dalla regista e dalla sceneggiatrice, Josella Porto, girando con una piccola troupe (un direttore della fotografia, un fonico, un operatore), sostenuto anche da un crowdfunding internazionale, trova poi un investitore nella casa di produzione milanese Invisibile film. Di grande rilievo è la colonna sonora. Sotto questo aspetto, il film vanta, infatti, numerose collaborazioni di musicisti catanesi, sotto la direzione artistica di Stefano Ghittoni: Cesare Basile, Agostino Tilotta, Pippo Rinaldi Kaballà, Uzeda e Salvatore Zinna.

“Per me la musica è qualcosa di molto importante in un film. Nel caso di questo documentario – spiega Maria Arena – ho cercato di utilizzare dei suoni locali, cioè persone e musicisti che lavorano e vivono sul territorio e che questo territorio lo sentono e lo esprimono nelle loro musiche. Ho chiesto a Cesare Basile, che vive a Catania e due anni fa ha vinto il premio Tenco per la canzone dialettale, quindi è uno che conosce molto bene anche la lingua e ha fatto un bellissimo brano che si chiama “Franchina”,  contenuto anche nel suo album di prossima uscita. Poi ho chiesto agli Uzeda, che hanno vissuto diversi anni in questo quartiere e si sono imbevuti dei suoni. Mi hanno concesso alcuni brani e il loro chitarrista ha composto un brano originale proprio per il film. Poi c’è un brano di Pippo Rinaldi, Kaballa, anche lui catanese anche se vive lontano. Il tutto sotto la direzione artistica di Stefano Ghittoni, milanese che conosce molto bene la città e ha composto dei brani originali proprio per il film”.

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Redazione

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